Il lavoro agile o smart-working è definito, nell’ordinamento italiano, come “una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato stabilita mediante accordo tra le parti, anche con forme di organizzazione per fasi, cicli e obiettivi e senza precisi vincoli di orario o di luogo di lavoro, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa“.


Attraverso una ricerca sul campo si evince come questa pratica di lavoro, regolamentata nel 2014 prima in Europa poi in Italia, possa essere realmente attuata quotidianamente e non solo in casi di emergenza come per la pandemia da Covid-19. Si potrebbero abbattere stereotipi e pregiudizi soprattutto per le donne che, in alcuni casi, non riescono a conciliare vita privata e lavoro.

Cos’è lo smart working?

Lo smart working è una pratica di lavoro fondata sulla flessibilità oraria dello stesso, sulla fiducia reciproca tra il datore di lavoro e il lavoratore e sul raggiungimento degli obiettivi per fasi. Il lavoratore non è vincolato alla presenza fisica presso la sede di lavoro e può lavorare in altri spazi. La possibilità/opportunità per il lavoratore è quella di “scegliere” quando lavorare. Si tracciano delle linee guida sull’espletamento del lavoro da svolgere. Attraverso lo smart working il lavoratore, sulla base degli obiettivi da raggiungere, decide “quando” lavorare.

Indubbiamente, come ogni argomento che si rispetti, ci sono dei pro e dei contro da analizzare. Prima di entrare nel merito della ricerca condotta, si delineano quelli che possono essere considerati aspetti positivi e quali quelli negativi di questa pratica.

La doppia faccia della medaglia

Gli aspetti positivi per il lavoratore sono la flessibilità oraria, possibilità di scelta della postazione lavorativa ma non è da escludere anche la questione legata alla logistica e al risparmio economico. Dai dati raccolti si evince che gli aspetti positivi dello smart working, in percentuale, sono:

  • lavorare comodamente da casa per il 40,6%;
  • risparmio economico per raggiungere il luogo di lavoro per il 55,6%;
  • meno stress per il 35,3%;
  • flessibilità oraria per il 56,4%;
  • gestione autonoma del tempo in relazione alla vita privata per il 76,5%.

Per quanto concerne invece il secondo punto di vista, anche le aziende traggono vantaggio dall’utilizzo dello smart working. E’ stato dimostrato che la produttività è aumentata e i profitti sono più redditizi.  Vi sono vantaggi concreti e tangibili per le aziende, e non solo legati solo alla produttività, motivazione e soddisfazione dei propri lavoratori. Ripensare e riadattare gli spazi di lavoro permette anche di risparmiare su alcune spese come l’illuminazione, la climatizzazione e la pulizia.

Passando per gli aspetti negativi, i lavoratori possono sentirsi isolati, percepire problemi di comunicazione e di connessione, soffrire troppo di distrazioni esterne oppure realizzare di non avere gli strumenti tecnologici adeguati.

Sempre dai dati del questionario, il campione di popolazione che ha partecipato alla ricerca, definisce quali aspetti negativi:

  • isolamento dell’individuo per il 51,9%;
  • non mantenimento degli spazi di vita con quelli di lavoro per il 63,9%;
  • tenere “fuori” l’individuo dalla “vita” dell’ufficio per il 33,1%;
  • distrazioni per il 25,6%.

Per quanto concerne proprio la separazione degli spazi, per il 92,5% del campione è importante riuscire a ricavare uno “spazio lavoro” tra le mura domestiche. Questo anche per aiutare comunque l’individuo a condurre una vita regolare.

Una ricerca dal basso

La ricerca sul campo condotta in questo primo semestre del 2020 ha portato dei risultati molto importanti. Al questionario hanno risposto 533 soggetti, il 72,2% di sesso femminile, il 27,8% di sesso maschile. La somministrazione è avvenuta attraverso il social network Facebook e ha visto la partecipazione di soggetti da ogni parte d’Italia. Il 58,6% del campione è coniugato/convivente e, in relazione ai componenti del nucleo familiare, vediamo un 30,8% composto da 3 persone, il 26,3% da 4, il 6,8% da più di 5. Solo il 27,8% composto da 2 persone e l’8,3% da 1 persona.

L’obiettivo è capire quanti individui conoscevano lo smart working al netto della pandemia da Covid-19 e ancora come, attraverso questa pratica, le donne possono avere una possibilità più concreta di essere madri e lavoratrici allo stesso tempo. A differenza della realtà dei fatti, ovvero dell’attuazione di questa pratica, il 91,7% del campione afferma di aver sentito parlare dello smart working prima della pandemia da Covid-19.

Alla domanda “Nell’azienda/Ente in cui lavora, prima dell’emergenza da Covid-19, qualcuno ha mai usufruito di questa opportunità?” il 61,7% ha risposto in maniera negativa. Da questa risposta si evince come, appunto, tale pratica non è presa in considerazione come un’opportunità “ordinaria”.

Sicuramente se lo smart working diventasse una pratica ordinaria, si potrebbero limitare le problematiche legate al mondo del lavoro soprattutto per le donne, in relazione alla possibilità di conciliazione tra vita privata e vita professionale.

Ancora oggi sono radicati molti stereotipi sulle donne che sono madri e allo stesso tempo lavoratrici. Quante non riescono a trovare un lavoro? Quante non riescono a conciliare vita privata con quella lavorativa? anche se si crede che le donne siano al pari degli uomini in ambito di opportunità lavorative.

Donne e smart working

Alla domanda “Secondo Lei quanto può essere importante per una donna conciliare la vita privata con il lavoro?” il 67,7% del campione ha risposto “molto”, in una scala da 1 poco a 5 molto. Questo dato è molto importante in quanto sottolinea l’importanza per le donne di conciliare al meglio entrambe queste sfere di vita. Quante sentono la difficoltà di riuscire a realizzarsi nel mondo del lavoro se sono madri? E quante non riescono a metter su famiglia perchè non hanno un lavoro stabile?

L’88% risponde affermativamente alla domanda “Una donna con figli, in età non scolare, potrebbe lavorare in Smart Working?“. La possibilità di lavorare da casa per le donne che hanno figli in età non scolare, dovrebbe, per il 64,7% del campione essere concessa come politica di sostegno alle famiglie, mentre per il 35,3% deve essere concessa a discrezione delle aziende o enti su richiesta delle lavoratrici. La percentuale più alta lascia pensare che tale pratica potrebbe essere presa in considerazione come una vera e propria politica attiva per le donne lavoratrici con figli. Potrebbe questo sostituire la possibilità di usufruire di congedi parentali?

Di solito si crede (erroneamente) che lavorare e fare la madre sia faticoso e che le due cose non possano sussistere insieme. Per il 75,6% del campione, lavorare da casa porterebbe le donne ad utilizzare anche meno congedi parentali e quindi al posto di “non lavorare” affatto, in accordo con i datori di lavoro, riuscirebbero a produrre in momenti diversi della giornata. La percentuale resta alta quando si chiede se “Nell’azienda/Ente in cui lavora, prima dell’emergenza da Covid-19, qualcuno ha mai usufruito di questa opportunità?“, infatti il 61,7% risponde di no.

Quali saranno stati i motivi della non messa in pratica dello smart working prima del Covid?

Questione di fiducia?

Come già detto, lo smart working si basa sulla fiducia reciproca tra il lavoratore e il datore di lavoro. Su una scala di gradimento da 1 poco a 5 molto, il 36,8% ha risposto che il datore di lavoro si fiderebbe abbastanza, il 23,3% molto e solo il 3,8% poco.

La questione si fa importante quando si parla di fiducia in relazione alla produttività. Il campione di popolazione dichiara, in risposta alle domande con risposta aperta che:

  • per essere veramente “produttivo”, il lavoratore deve organizzare bene, in casa, i propri tempi e i propri spazi e quelli dei suoi famigliari“;
  • Lo smart working chiama in causa ancora di più il mio senso di responsabilità. Ciò che conta non è l’orario da rispettare ma la corretta ed efficiente realizzazione dell’incarico/obiettivo dato dal mio datore di lavoro“;
  • portando a termine determinati incarichi posso far capire che anche a casa, gestendo al meglio la mia vita, riesco a raggiungere gli obiettivi prefissati“;
  • sono mamma di quattro bambini e per me è stata una soddisfazione, in questo preciso periodo, avere i complimenti per le attività portate al termine in maniera ottimale. Ha aumentato il senso di fiducia“.

Insomma, si può lavorare da casa e raggiungere gli obiettivi prefissati nel migliore dei modi. Ovviamente questo sempre in relazione al fatto che in smart working si possano svolgere attività non differibili diversamente.

Perchè allora non si utilizzava, tanto, lo smart working prima della pandemia da Covid-19? Il campione risponde per tali motivi:

  • Perché si continuava a rimandare pensando che una persona non lavorasse da casa”;
  • Perché è parte di un nuovo paradigma occupazione che la realtà italiana (sedimentata) non ha ancora sposato;
  • Per una credenza tipicamente italiana in cui il lavoro viene inteso in base alle ore di impiego e non in base agli obiettivi raggiunti;
  • Perché le aziende italiane sono ancora troppo tradizionaliste e il datore di lavoro pensa di perdere il controllo sull’operato del dipendente;
  • Per la mentalità diffusa dei datori di lavoro che tendono a non “fidarsi” dei propri dipendenti nella convinzione che alla presenza fisica del lavoratore corrisponda il lavoro svolto.

Questi i motivi più ricorrenti. Ma davvero era così? Quale sarà lo scenario post Covid-19?

La cosa certa è che il 63,9% del campione crede che dopo questo periodo le aziende continueranno a concedere lo smart working come opportunità ordinaria e non straordinaria. Non ci resta che aspettare e capire se questa rivoluzione cominciata si arresterà o meno.

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