Per poter arrivare a concepire i new media che la “società digitale” da ora in poi contribuirà a creare è necessario passare in rassegna proprio la letteratura sui Media. Seguendo l’approccio di diversi autori è possibile comprendere lo sviluppo e le contaminazioni mediali che sono alla base di questo processo evolutivo.

Il contributo di Marshall McLuhan

Marshall McLuhan: i media come potenziamento delle facoltà umane
Marshall McLuhan

Il suo pensiero è decodificabile già nella celebre frase “il medium è il messaggio” con la quale sintetizza un concetto assai importante. Dal suo lavoro Understanding Media: «il contenuto di un medium è sempre un altro medium. Il contenuto della scrittura è il discorso, così come la parola scritta è il contenuto della stampa e la stampa quella del telegrafo» (p.16). In altre parole, ogni medium presenta caratteristiche di un medium precedente e il messaggio di un medium è «nel mutamento di proporzioni, ritmi e schemi che introduce nei rapporti umani» (ivi, p.16). McLuhan afferma dunque che è importante studiare i media non tanto in base ai contenuti che veicolano, ma in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione.

Generazioni mediatiche: quando la fiducia lascia il posto alla coscienza

In tal senso, egli propose una distinzione dei media, ovvero classifica come “freddi” (definibili anche come opachi) i media che hanno una bassa definizione e che quindi richiedono un’alta partecipazione sensoriale dell’utente, in modo che egli possa “riempire” e “completare” le informazioni non trasmesse (telefono e tv), e i media “caldi“, ossia quelli caratterizzati da un’alta definizione e da una scarsa partecipazione sensoriale (definibili dunque anche come trasparenti, quindi radio e cinema). Questo dualismo in verità, è stato molto dibattuto, tanto che lo stesso McLuhan ha avuto difficoltà nello specificare effettivamente la “qualità” di un medium. Sta di fatto che, con le nuove tecnologie, questa differenziazione è diventata quasi superflua: il computer, i videogiochi, sono il traguardo (momentaneo) di quel processo di rimediazione che vede il processo evolutivo in maniera cumulativa, ed essendo dunque il risultato della commistione di più media, si acquisisce una qualità che si potrebbe definire… “tiepida”.

Lev Manovich e Fausto Colombo

Lev Manovich

Una definizione e una classificazione più precise dei Media vengono proposte da Fausto Colombo e Lev Manovich. Colombo definisce i media come «apparati socio-tecnici che svolgono una funzione di mediazione nella comunicazione tra soggetti» (Colombo, 2006, p.17). Inoltre, mette in guardia da possibili fraintendimenti nell’interpretazione della parola media:

questi mezzi non servono banalmente a trasferire informazione da qualcuno a qualcun altro, ma, in modo assai più complesso, separano e legano i soggetti e gli oggetti della cultura. Dunque la funzione mediatoria si esercita in due direzioni: da un lato tra attori e culture, in quanto porta alle persone forme espressive, contenuti, norme e valori che costituiscono appunto una o più fra le culture circolanti in una società in un determinato periodo; dall’altro, fra attori, in una moltiplicità di sensi possibili (ibidem, p.18).

Colombo legge lo sviluppo della modernità attraverso l’evoluzione dei media. Egli distingue infatti tre elementi costituenti: la strategia del controllo, il primato della rappresentazione e la logica della rete. Manovich invece, si concentra sulla differenziazione tra vecchi e nuovi media, che, più che differenziazione, trattasi di una vera e propria descrizione storico-evolutiva del medium. Infatti, egli asserisce che possono essere considerati “nuovi” i media che svolgono le loro funzioni attraverso un funzionamento di input elettrici e che dal dagherrotipo di Daguerre e la macchina analitica di Babbage, si è arrivati al computer, una sorta di “metamedium” che sintetizza e digitalizza tutti gli altri media. I media hanno, secondo Manovich, specifiche caratteristiche: Rappresentazione numerica, Modularità, Automazione, Variabilità e Transcodifica (Manovich, 2006, pp.46-71). La caratteristica principale è che i nuovi media sono grafici, immagini, suoni, forme, spazi: tutti riconducibili a una serie di dati numerici e quindi possono essere considerati dei fluidi mutaforma.

David Bolter e Richard Grusin

Riprendendo il concetto di “rimediazione” accennato con McLuhan, è importante ricordare gli studi di Bolter e Grusin sull’argomento che, mossi da un desiderio di rivalutazione delle teorie di McLuhan considerate eccessivamente tendenti a un determinismo tecnologico, nel loro lavoro Remediation, offrono un’interpretazione complessiva dei vecchi e nuovi media imperniata, appunto, sul concetto di rimediazione, sulla «rappresentazione di un medium all’interno di un altro» (ibidem, p.73) da cui la definizione: “Un medium è ciò che rimedia” (ibidem, p.94) che si presta a una triplice lettura:

  • un medium è quel qualcosa che ri-media;
  • un medium è l’insieme delle cose che esso rimedia;
  • il medium è il rimedio.
Richard Grusin

Nel primo caso, si pone l’accento sul fatto che “ogni atto di mediazione dipende da altri atti di mediazione. I media operano attraverso un continuo processo di commento, riproduzione e sostituzione reciproca. Nel secondo caso, l’accento è posto sulla “fisicità” dei media: i media come oggetti reali presenti nel mondo. «La mediazione è la rimediazione della realtà perché i media stessi sono reali e perché l’esperienza dei media è il soggetto della rimediazione» (ibidem, p.88). Infine, nel terzo caso, si riprende il latino redemeri, “curare”, “risolvere”, per affermare che «ogni nuovo medium trova una sua legittimazione perché riempie un vuoto o corregge un errore compiuto dal suo predecessore, perché realizza una promessa non mantenuta dal medium che lo ha preceduto» (ibidem, p.89). In virtù del secondo, il terzo caso dice anche che “i media sono ciò che riforma il reale”.

Bolter e Grusin inoltre, parlano di “doppia logica della rimediazione” (ibidem, p.55), proponendo da un lato la logica dell’immediatezza e dall’altro quella dell’ipermediazione. Con immediatezza gli autori intendono «la convinzione che esista un punto di contatto tra il medium e ciò che viene rappresentato [inoltre] se la logica dell’immediatezza porta a cancellare o a rendere automatico l’atto di rappresentazione, la logica dell’ipermediazione riconosce l’esistenza di atti di rappresentazione multipli e li rende visibili» (ibidem, p.59). L’ipermediazione ci spinge a guardare la cornice e l’atto di mediazione, non pretendendo di soddisfare il nostro desiderio di immediatezza, ma cercando di riprodurre la ricchezza sensoriale dell’esperienza umana.

Derrick de Kerckhove e Sergio Brancato

Con i media digitali, le due logiche agiscono e reagiscono contemporaneamente e di conseguenza «la cultura contemporanea vuole allo stesso tempo moltiplicare i propri media ed eliminare ogni traccia di mediazione: idealmente, vorrebbe cancellare i propri media nel momento stesso in cui li moltiplica» (ibidem, p.29). Parlando di sensorialità il pensiero va a Derrick de Kerckhove che prende in esame l’idea di McLuhan secondo il quale qualsiasi medium produce un’amputazione organica e al contempo una estensione sensoriale, offrendo all’organismo nuovi e più validi supporti, appendici che sono prolungamenti dei sensi. Ma se le tecnologie sono semplici prolungamenti del corpo, i nuovi media comunicativi posseggono la capacità di interagire col nostro pensiero e quindi sono in grado di condizionare e sviluppare nuove strutture e modelli mentali, in altre parole possono essere considerati protesi della mente.

Derrick de Kerckhove

Egli per descrivere questo processo di interazione tra utenti e nuovi media fa riferimento al concetto di oralità introdotto da Walter Ong, ma con una specificazione interessante. De Kerckhove definisce l’oralità terziaria quella dei sistemi multimediali, della realtà virtuale, della rete. È un’oralità elettronica, come la “seconda”, ma diversamente da quella si fonda sulla simulazione della sensorialità, piuttosto che sulla sua trasmissione. Attraverso a esempio il “beep” dei telefonini o dei computer, l’oralità terziaria è caratterizzata da un linguaggio tattile che restituisce un feedback alle nostre azioni, in una sorta di simulazione organica (ibidem, p.41). La sua specificazione non si ferma qui infatti egli parla di sensorialità terziaria con diretto riferimento allo schermo del computer che a suo dire ha prodotto “l’immersione totale” avviando una nuova “cultura della profondità” (ivi, p.41). Una tale teorizzazione verte molto sulla natura comunicativa intrinseca del medium, sia nei riguardi della strutturazione del medium stesso sia dei suoi significati che assume e che veicola. Usando le parole di Sergio Brancato (2014):

i media non si limitano a trasmettere in una direzione univoca i loro messaggi, ma fungono invece da habitat in cui l’osmosi semantica può aver luogo, in cui ci si confronta rispetto ai reciproci orizzonti d’intesa, in cui si confligge palesando le proprie differenze. La costruzione dei contenuti mediatici, perciò, è frutto di una responsabilità collettivamente condivisa su un piano molto ampio, e in quanto tale riflette le correnti carsiche della significazione sociale. La produzione del senso […] non si colloca nella figura dell’autore o in quelle del testo, bensì in una territorialità comunicazionale che costituisce il vero spazio di elaborazione del mondo (Brancato S., 2014, p.120).

  • Bolter J.D., Grusin R., Remediation. Competizione e integrazione tra vecchi e nuovi media, Milano, Guerini Associati, 2003;
  • Brancato S., Fantasmi della modernità. Oggetti e figure dell’industria culturale, S.Maria C.V., ipermedium libri, 2014;
  • Colombo F., Introduzione allo studio dei media, Roma, Carocci, 2006;
  • De Kerkhove D., Buffardi A., Il sapere digitale. Pensiero ipertestuale e conoscenza connettiva. Napoli, Liguori, 2011;
  • Manovich L., il linguaggio dei nuovi media, Milano, Merlini R., 2006;
  • McLuhan M., Understanding Media, tr. It. Gli strumenti del Comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1967;
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