Una delle branche più conosciute della sociologia è la sociologia dell’educazione. Nello specifico, essa si occupa dell’analisi dei processi e delle istituzioni educative e tratta i problemi educativi come questioni sociali. In particolar modo il rapporto tra individuo e società viene inteso e studiato proprio in relazione al fatto educativo. Proviamo brevemente, in questo articolo ad approcciarci alla disciplina inquadrando brevemente alcuni autori, ma soffermandoci in particolar modo su alcune differenze concettuali date da alcune terminologie. Queste vengono spesso usate non solo nella sociologia dell’educazione ma anche nel senso comune in maniera confusa. Andiamo per ordine.

Gli autori della Sociologia dell’educazione

Per comprendere come il fatto educativo è stato studiato dalla sociologia dell’educazione bisogna tuttavia fare un passo indietro e, come accennato, bisogna chiarire quali sono gli autori principali che posso aiutarci a comprendere meglio la questione.

Innanzitutto, nei riguardi del fatto educativo – ma non solo – esistono due tipologie di teorici:

  • i teorici del consenso come Durkheim e i funzionalisti americani, che vedono il disordine come una negazione de facto della società e dunque l l’educazione come forma di riproduzione dello status quo e del mantenimento della società;
  • i teorici del conflitto come Marx, Weber e Simmel che vedono il conflitto come parte della società e che determina diverse dinamiche sociali. Dunque un approccio sostanzialmente opposto ai precedenti che vede e determina il conflitto come parte della società stessa e del suo funzionamento.

Il padre della Sociologia dell’educazione: Durkheim

Per quanto riguarda Durkheim, tutto ruota intorno al concetto di coscienza collettiva: l’ordine sociale viene mantenuto attraverso il diritto, con meccanismi di solidarietà meccanica ed organica. Qui l’anomalia del sistema viene identificata nel cosiddetto asociale che, in questa visione, viene equiparato al criminale. Un sistema siffatto (che tende all’equilibrio perpetuo) vede la sua crisi nell’anomia, cioè la mancanza di regole.

Detto in altri termini, l’educazione per Durkheim è un fatto sociale che determina una socializzazione metodica delle giovani generazioni. Essa serve a strutturare un cammino morale verso la coscienza collettiva. In quest’ottica gli individui imparano a riconoscere l’autorità e a maturare spirito di disciplina. Tuttavia, sorge una domanda: se l’educazione è riproduzione sociale, come può avvenire un cambiamento? per Durkheim è proprio con l’azione criminale che avviene tutto ciò. Attraverso lo studio di quest’ultima, si comprende cosa non funziona del sistema, ci si corregge e si ritorna alla situazione di equilibrio.

Parsons

Vicino a queste idee è Talcott Parsons. Lo studioso mirò a creare una teoria oggettiva della società la cui visione è la società come sistema, cioè l’insieme delle relazioni tra i suoi elementi. Questo, per l’autore, è possibile comprenderlo attraverso il suo modello AGIL.

Anche lui in maniera simile a Durkheim, vede i processi di socializzazione come un lavoro di interiorizzazione di norme e valori utili per i ruoli che i soggetti andranno a ricoprire. In particolar modo Parsons dà un ruolo principe in questi processi alla famiglia: il Male breadwinner regime per intenderci, dove il padre è il portatore della razionalità economica e strumentale, e che si occupa dunque di reiterare e legittimare i i valori e di conseguenza i processi educativi.

Nella visione di Parsons, dunque, ognuno si conforma alle aspettative dell’altro. Quest’idea ripresa poi successivamente da Luhmann, ha dato la possibilità di strutturare l’ideologia legata all’istruzione di massa come garanzia di sviluppo. Questa è poi confluita nel funzionalismo tecnico e ha contribuito alla strutturazione della teoria del capitale umano degli economisti Schulz e Becker.

Sociologia dell’educazione: i critici del conflitto… e non solo

Le teorie appena descritte generarono ben presto delle aspre critiche. Esse confluirono nelle cosiddette teorie critiche conflittualiste. In particolar modo esiste un conflittualismo neo marxista (i cosiddetti teorici critici del conflitto) e un conflittualismo neo weberiano (i cosiddetti teorici analitici). Oltre a questi esistono anche i teorici della riproduzione sociale come Althusser, Bernstein, e anche la sociologia interpretativa e il costruttivismo. Per esigenze di sintesi individuiamo brevemente quali sono i contributi più utili ai fini del nostro discorso.

Marx

Per Marx la via interpretativa è questa: tutto il conflitto sociale è decodificabile attraverso la chiarificazione dei modi di produzione, cioè i rapporti tra le forze produttive. Secondo l’autore, le idee della classe dominante sono le idee dominanti. Tuttavia, gli apparati educativi sono sia strumenti di oppressione che di possibile emancipazione poiché l’istruzione veniva intesa anche come occasione di miglioramento della coscienza di classe… ma solo se veniva gestita da autorità locali. Ovviamente, non è soltanto l’educazione classicamente intesa ad avere questa funzione per Marx, ma anche il lavoro ha una funzione educativa ed è per questo che deve essere valorizzato.

Simmel

Per quanto riguarda Simmel, l’educazione serve a umanizzare lo sviluppo della cultura moderna, poiché, come ci ricorda nel suo testo la metropoli e la vita dello spirito, l’uomo cerca sempre di ricomporre i suoi frammenti in quanto la sua identità vive un processo di divisione nei ruoli che va ad interpretare ogni giorno. Per la precisione egli usa il termine schizofrenia dell’individuo metropolitano, uno stato dell’essere che viene alimentato dai rapporti gestiti da un criterio oggettivo, il denaro. Questo impedisce – o comunque – crea un notevole ostacolo alle forme pure dello stare assieme, che Simmel definisce con il termine sociazione.

Bourdieu e Foucault

Per Bourdieu sussiste un tipo particolare di violenza simbolica nei contesti e nei processi educativi, ovverosia la violenza educativa. Alla base di questa vi è un potere senza fondamento determinato ancora una volta dai rapporti di forza e che vede la scuola non solo come un’organizzazione che perpetua il potere dominante ma per l’autore essa non mira all’inclusione ma all’esclusione e vive e sopravvive attraverso le cerimonie di passaggio come gli esami e le interrogazioni che vengono vissute (anche dagli individui ma soprattutto dall’organizzazione stessa) come l’esaltazione delle capacità individuali delle persone. Per Foucault invece, la scuola è il luogo del disciplinamento biopolitico della popolazione. Nel suo lavoro “sorvegliare e punire”, descrive il panopticon di Bentham per chiarire come la disciplina crea individui più forti in quanto maggiormente sottomessi.

Max Weber e la scuola come organizzazione burocratica

Per Max Weber le modalità adeguate per studiare la società passano attraverso l’dea dell’agire come agire sociale, ossia un atteggiamento a cui viene conferito un senso soggettivo dagli individui. Per l’autore, le relazioni sociali non sono semplicemente determinate dal tipo di appartenenza di classe degli individui che la compongono, ma dal ceto sociale. Questo determina le relazioni di potere e la disciplina che ne consegue.

Questo passaggio ci riporta ad elementi di storia della sociologia: moltissimi autori in questo periodo storico sottolineano il primato della società – o che dir si voglia – della primazia dell’organizzazione sociale nei confronti dell’individuo. Si tratta altresì di un rapporto asimmetrico che molti autori (non solo di sociologia) hanno perpetuato nel corso del tempo. Per meglio comprendere la questione si può far riferimento alle immagini che il concetto di organizzazione porta con sé.

La subordinazione dell’individuo alla società

Da una parte abbiamo Max Weber, che sottolinea la questione del potere e della disciplina nelle organizzazioni. Esse si reggono in piedi su una pretesa di legittimità o, meglio, su una credenza di legittimità che vede unire potere legale e potere carismatico. Dall’altra abbiamo Frederick Taylor, con la sua proposta di organizzazione scientifica del lavoro che auspicava una reciproca prosperità tra lavoratore e imprenditore con un impiego più efficiente delle risorse. In entrambe queste visioni vi è un elemento in comune: la subordinazione dell’individuo all’organizzazione sociale.

Infatti, in quest’ottica, Weber trasforma gli individui in burocrati che eseguono le procedure organizzative in maniera anche alienante; Taylor invece, trasforma gli individui in ingranaggi di una macchina, pezzi sostituibili in funzione di un sistema più grande, e spesso, inconcepibile nella sua interezza. Per certi versi, è una visione non dissimile all’homme machine del filosofo e medico Julienne Offrirai de la Mettrie.

Le differenze tra Socializzazione, educazione, formazione e istruzione

Alla luce di quanto descritto è opportuno specificare che nel corso degli ultimi anni la sociologia dell’educazione con i nuovi approcci del costruttivismo, delle sociologie interpretative e della New sociology of education inglese ha integrato e valorizzato idee ben precise sull’educazione centralizzata sull’individuo. Sinteticamente e in linea generale, si concepisce la società contemporanea come società dell’apprendimento (Life wide learning e Life long learning). Si tratta di un’impostazione che presuppone una educazione finalizzata alla cittadinanza attiva tipica della società della conoscenza, cioè la formazione del sé per essere in società.

Questo, dunque, ci porta a ragionare su alcuni concetti che vengono spesso confusi. Innanzitutto, per socializzazione si intende l’insieme dei processi tramite i quali un individuo sviluppa lungo tutto l’arco della vita il grado minimo e a certe condizioni via via più elevati di competenza comunicativa e di capacità di prestazione compatibile con le esigenze della sua sopravvivenza psicologica entro una data cultura in rapporto con tipi variabili di gruppo o di organizzazione (Benadusi, 2021). Per la sociologia la socializzazione, dunque, come abbiamo visto nel paradigma funzionalista comparso negli anni 60, veniva vista come un addestramento ai diversi ruoli sociali. Ora, non è soltanto questo: la socializzazione riguarda tutto l’arco della vita e si può dividere in socializzazione primaria, secondaria e addirittura terziaria e quaternaria.

Educazione, formazione e istruzione

Diversa è l’educazione poiché quest’ultima riguarda “l’insieme dei soli aspetti formalizzati e istituzionalizzati della socializzazione e presenta sempre un certo grado di consapevolezza del processo da parte di coloro che sono in esso coinvolti” (ivi p.61). Per essere più chiari bisogna far riferimento alle principali agenzie di socializzazione, ovvero la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari. Nelle prime situazioni sussiste un rapporto asimmetrico (genitori-figli, docente-discente) in cui vi è una educante e un educando, Un “altro significativo”, che vien visto/concepito come il detentore del sapere e con cui vi è un rapporto di dipendenza. Nel gruppo dei pari vi è simmetria: tra “amichetti” subentrano confidenza, amicizia e competizione, che alimentano un diverso tipo di rapporto educativo alla pari.

Per Formazione invece si intende quell’insieme di conoscenze che vengono in essere in processi educativi mirati. Si tratta, per esempio, di percorsi verticali, volti all’acquisizione di competenze specifiche, come un corso per apprendere il funzionamento di un programma. Questa forma di acquisizione di sapere si lega al concetto di istruzione, per certi versi quello più legato alla burocrazia degli altri. Infatti, l’istruzione riguarda quei processi oggettivamente riconosciuti da un sistema di saperi esperti e che va a strutturarsi secondo un percorso cadenzato da tappe e i cui passaggi di livello avvengono secondo rituali di certificazione delle competenze. Per intendersi, è il percorso formativo a cui siamo abituati: scuola materna, elementari, media, superiori, università. Ognuno ha il suo momento per essere vissuto, un’età specifica per affrontarlo ed è scalare. Non si può accedere all’università senza un diploma: è un processo scalare che presuppone determinati requisiti per poter proseguire.

Riferimenti

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