E’ una notte qualsiasi e una donna sta fissando la sua tazzina di caffè seduta ad una tavola calda.
Sembra giovane e oltre l’età non si sa nemmeno quale sia il suo nome o cosa faccia nella vita.
Ciò che risalta agli occhi è il suo vestire bene e l’accenno di trucco in viso: elementi che probabilmente fanno intendere che abbia appena finito di lavorare, concedendosi una pausa o che sia in procinto di recarsi a qualche evento.
Qualsiasi sia il motivo per cui si trovi lì, è possibile osservare come l’ambiente che le fa da sfondo sia vuoto, ma soprattutto quel velo di pensierosità misto a desolazione che incornicia il suo volto.

Edward Hopper – Automat (1927), olio su tela

Nonostante la scena risalga agli anni ‘20, quante volte ci è capitato di vivere una situazione simile?

La solitudine è un sentimento di cui prima o poi tutti facciamo esperienza.
Al giorno d’oggi, capita spesso di sentirci soli a prescindere dalla presenza di una moltitudine di individui che ci circonda o del luogo in cui siamo.
Ci sentiamo soli mentre viaggiamo su un treno affollato e cerchiamo di soffocare i pensieri che ci accompagnano con la musica.
Percepiamo la solitudine anche in mezzo alla folla.


Anthony Giddens sostiene come ogni persona sia incline all’organizzazione in gruppi di piccole o grandi dimensioni.
La socializzazione rappresenta un aspetto fondamentale della nostra vita e trova la propria origine nel nucleo familiare, per poi estendersi in contesti come la scuola o le semplici amicizie.
Tuttavia, nonostante essa sembri essere un’azione umana irrinunciabile, è anche vero che nell’individuo si ritrova spesse volte il bisogno di isolarsi, soprattutto se delusi.


Il dipinto di Hopper funge da sfondo per la nostra riflessione: da esso è possibile dedurre che probabilmente l’intento del pittore americano era quello di narrare la poetica della solitudine, attraverso la rappresentazione di una donna che riflette l’isolamento della vita moderna. Infatti, essa risulta talmente immersa nei propri pensieri che è il silenzio ad assumere il ruolo di protagonista della scena.
Osservando il quadro, sorge spontaneo interrogarsi su come siano cambiate oggi le relazioni sociali e qual è l’origine del sentimento in questione.

Socializzazione e solitudine: una lettura in chiave antica e contemporanea

Socializzazione e solitudine sono due concetti che col tempo hanno assunto diverse forme, sia a causa del modo in cui sono mutate le relazioni sociali che dei luoghi in cui gli uomini trascorrono il tempo libero.
Vediamo insieme il perché.

Nell’età antica, la zona rurale e il centro della città erano due elementi ben strutturati. Vivere in ambienti di campagna significava basare i propri legami sul sentire comune, perseguendo la cosiddetta “pratica” di buon vicinato.
In questi contesti, i contatti diretti avvenivano spontaneamente, permettendo un livello di interazione alto tra gli individui.
Si tratta di una realtà ancora presente, anche se in modo ridotto, in cui è raro che la solitudine trovi spazio, considerando che la vita degli individui assume ritmi pacati e di condivisione.
Ma con lo sviluppo tecnologico e del terzo settore, si è assistito ad una riorganizzazione dello spazio geografico che ha ridotto l’intensità delle relazioni sociali e favorito lo sviluppo di agglomerati urbani, divenuti poi città globali.


I cambiamenti hanno coinvolto anche le strutture architettoniche, dal momento che l’uomo ha iniziato a realizzare zone commerciali nelle periferie delle città.
Quest’ultimi, secondo il sociologo Marc Augè, possono essere definiti non-luoghi, ossia spazi di transito attraversati dagli individui in modo anonimo come: autogrill, stazioni o centri commerciali.
Si tratta di luoghi in cui ci si ignora o tocca fuggevolmente e dove ci si reca spinti principalmente dal desiderio di soddisfare i bisogni individuali, probabilmente proprio come la donna rappresentata da Hopper.

La commercializzazione dello spazio ha sostituito piazze e parchi, limitando la socializzazione e permettendo al cittadino di muoversi in un tessuto urbano a “maglie larghe”, che ne ha causato la perdita dell’orientamento e dei valori.
E non è da negare che oggi socializzare sia una pratica favorita principalmente dalla tecnologia, disponibile a tenerci compagnia 24 ore su 24.


Per questa ragione, il contesto urbano è divenuto lo scenario in cui i rapporti sociali sono prettamente di scambio e/o tensione.
L’uomo risulta essere legato alle cose materiali ed è sollecitato ad organizzare schematicamente la propria vita. Egli è un city-user incline al consumo, piuttosto che a relazionarsi con gli altri.
Ciò conduce alla consapevolezza di vivere in una società dove spesso “nessuno fa nulla senza ricevere qualcosa in cambio”. Dove il tempo è scandito dal ticchettio dell’orologio, pronto a ricordarci gli innumerevoli impegni.
I ritmi frenetici della città contemporanea fanno di essa un terreno fertile per lo sviluppo dell’individualismo.

Infatti, così come affermava Bauman, si è di fronte ad una società “liquida”, fatta di legami che rappresentano ponti fragili su cui l’uomo transita, sperimentando anche delusioni.
Amicizie false, amori finiti, rapporti lavorativi conflittuali e litigi familiari sono i motivi per cui molti decidono di rifugiarsi nella solitudine, intesa come arma di difesa da un mondo che offre pochi stimoli e che smorza le passioni di ciascuno.


L’epoca da lui descritta è un tempo in cui la velocità dell’agire sociale si traduce in privatismo ed indifferenza nei confronti di ciò che ci circonda.
Isolarsi diventa uno strumento di prevenzione contro possibili delusioni e così come scriveva Jane Austen: “Sono poche le persone che io amo veramente e ancora meno quelle che stimo. Più conosco il mondo, più ne sono delusa”.
Pertanto, la scena rappresentata da Hopper negli anni ’20 non è poi così distante da ciò che sperimentiamo oggi.
Essa dimostra come l’arte può essere considerata uno strumento utile ad illustrarci i fenomeni sociali e come due discipline apparentemente opposte possano comunque risultare connesse.

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