“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività” (Costituzione, art. 53).
La capacità contributiva in Italia
Il primo principio nell’articolo è quello di contribuzione, uno dei primi doveri di cittadinanza. L’idea del cittadino come depositario di diritti e di doveri deriva dall’illuminismo. Il secondo concetto è quello di capacità contributiva, che richiama alla diversa disponibilità economica individuale. Si presuppone qua un sistema in cui tale disponibilità differisca molto da soggetto a soggetto. L’articolo si preoccupa dunque di inserire un principio di equità in un sistema di diseguaglianze, volendole tamponare e ridurre. Chi non è titolare di capacità contributiva (indigenti, disoccupati, ecc.) non dovrebbe essere tenuto a pagare nulla. È da notare che il principio di contribuzione in base alla capacità economica è molto evoluto, anche a confronto con le normative di altri paesi e alla Corte Europea di Diritti dell’Uomo, che giustifica il tributo ancora solo come espressione di sovranità (cfr. Eu. Court of Human Rights, Grand Chamber, Judgement 23/11/2006).
Chi meno ha, meno paga

La seconda parte introduce il concetto di progressività: un sistema con cui l’aliquota (percentuale da prelevare) aumenta all’aumentare dell’imponibile suddiviso in scaglioni, a partire da una cifra minima tassabile soggetta a franchigia (no tax area). L’aumento di progressività, quindi, aumenta gli scaglioni e le differenze nelle aliquote e, in genere, innalza la no tax area. Favorisce i redditi più bassi, diminuendo per loro le imposte, e svantaggia i redditi più alti, tassandone maggiormente gli scaglioni eccedenti il reddito mediano. È quindi un vero principio di equità che agisce sulle disuguaglianze di reddito imponibile livellando il disponibile. Ciò è applicabile solo sulle imposte propriamente dirette, ossia quelle sul reddito. Le accise, imposte indirette (come l’iva), bolli, tasse su servizi, capione (sulle persone), su fattori ambigui come il patrimonio (che colpisce maggiormente i piccoli risparmiatori) non sono calcolate in base alla capacità contributiva (quantità effettiva di risorse disponibili).
Tasse eque o inique?
La progressività fiscale in UE è diminuita molto negli ultimi 25 anni, passando in Italia da un’aliquota massima (per redditi alti) oltre il 70% al 43% attuale, aumentando le disuguaglianze in maniera sempre più eclatante e, infine, causando una fatale contrazione dei consumi e moneta in circolazione. In passato Roosevelt aumentò la progressività fiscale con un’aliquota massima del 90%, risollevando, in pochi mesi, una nazione da un baratro di recessione. Le tasse non dovrebbero mai essere giudicate come alte o basse, ma come eque o inique, almeno finché esisteranno differenze ingiustificate di reddito.
Barbara GV Lattanzi
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