Ad una prima analisi, l’espressione, sia da un punto di vista linguistico che onomatopeico, rimanda, inequivocabilmente, alla dimensione temporale sempre più sfuggente ed estremamente liquida, parafrasando Bauman che rievoca la socialità ristretta sancita, perentoriamente, da legami virtuali e  azioni algoritmiche, oggi  volano di qualsivoglia pratica sociale. Un tempo anacronistico che segna la pluralità identitaria dell’essere che cerca di “stare al mondo” in maniera virtuale, costruendo  realtà effimere per esser-ci ma, di fatto, per destituirsi nella realtà fattuale.

Ma cos’è, nel caso di specie, Tik Tok?

Si tratta di una delle applicazioni più scaricate al mondo. Un social network cinese divenuto globale, che permette ai propri utenti di realizzare videoclip musicali che durano dai 15 ai 60 secondi, aggiungendo filtri o modificando la velocità di riproduzione dei file. È un social network nato nel settembre del 2016 e lanciato con  il nome di Musical.ly, conosciuto in Cina come Douyi e diviene Tik Tok nel 2018.

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Questo ad opera della società cinese che produce piattaforme tecnologiche dedite all’intrattenimento e all’educazione, a detta loro, attraverso le culture e le lingue, denominata Byte Dance, che ha investito ben 750 milioni di euro per creare una fusione (joint venture) tra le due piattaforme digitali Musical e Tik tok, con l’intento di incrementare i followers in tutto il mondo e gli utenti fruitori. Si stima, infatti, che il social abbia circa 800 milioni di utenti e che vengano caricati più di 12 milioni di video al giorno da tutte le parti  del mondo e in tutte le lingue.

Si tratta, in buona sostanza, di un  social simile agli omologhi Facebook e Istagram, ma con qualche differenza importante. Non è necessario, infatti, avere un account per potere usufruire del servizio, si possono visualizzare i video senza essere registrati. La capillarità dell’applicazione decreta la dimensione pubblica del video, la cui visione, pertanto, non è subordinata all’iscrizione. Eccezion fatta, per i c.d. followers la cui presenza necessita di account.

Leisure time

Un’applicazione che non si limita a creare dei video sincronizzati, manifestando pratiche di Leisure time dell’attore sociale o  scene di vita quotidiana, senza dimenticare le pratiche corali canore e danzanti cui si cimentano gran parte degli utenti; ma va oltre attivando risposte comportamentali ben precise. La mission, infatti, è quella di creare interazioni sotto forma di video (che non puoi commentare se non sei iscritto), attivare un meccanismo di tipo stimolo-risposta imminente e creare “comunità immaginate” virtualmente coese, ma in realtà disgregate, come vedremo.

Secondo la società tecnologica che lo ha creato, il suo scopo è:“Quello di aiutare gli utenti a esplorare e scoprire la creatività e la conoscenza […] Creiamo, infatti, un ambiente sicuro, sano e positivo per i nostri utenti”. Un’applicazione attenta, quindi, ai bisogni del fruitore, che incita alla proattività e non già al supino assenso o mancata agentività del soggetto, che motiva, spinge, all’azione. Un social che monitora e misura, attraverso l’impiego di algoritmi mirati, i desiderata dei fruitori. In tal caso, infatti, l’intelligenza artificiale  annota gli interessi e le preferenze degli utenti, in modo tale da personalizzare i contenuti proposti.

La componente “sfidante”

La determinante del social, però, è un’altra e si connota per una specificità sui generis che sancisce, di fatto, la differenza con gli omologhi/competitors, vale a dire, la possibilità di attivare/ partecipare ad una challenge, letteralmente: sfida.

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Alla stregua degli altri social, impiegati dai c.d.  nativi digitali, giovani e giovanissimi, ma anche adulti, è possibile creare e postare contenuti attraverso un dato comune denominato #hastag, postare cuori al posto dei like, ma solo su Tik Tok è possibile creare duetti, per esempio, emulando o intonando un brano con il proprio cantante preferito, ed è sempre e solo su Tik Tok che è possibile creare e/o partecipare ad una sfida; quella che, come avremo modo di approfondire, sancisce la linea di demarcazione tra virtuale e reale, decretando politiche di manipolazione dell’essere e goliardia, nonché pratiche devianti dell’attore sociale. Una sorta di darwinismo sociale che, attivando risposte comportamentali ben precise, sancisce chi vive e chi muore e non solo virtualmente. 

Biosicurezza e geopolitica dei social: quali pericoli?

La visione panoptichiana di Bentham, concernente la natura controllata della realtà, nonché l’immagine del “Big Brother” Orwelliana; rappresentano, per antonomasia, il prolungamento di quei dispositivi di efficacia e controllo sociale sempre più presenti come tecnologie del potere. Il processo di biopolitica dell’essere o, altrimenti detto, biopolitica dei corpi, attuato dalle tecnologie sociali e comunicative è noto agli esperti. Per descrivere il ruolo mediatico e di confine cui ottemperano oggi i dispositivi sociali si ricorre alla dizione biosicurezza.

Nell’era delle distanze sociali, il bisogno di sicurezza e la paura dell’Altro, nonché l’uso strumentale delle tecnologie come medium produttore di identità  e funzionale al controllo  dell’attore sociale, è ormai noto. La capillarità del potere tecnologico, per parafrasare Foucault, passa attraverso le trame della microfisica del potere. Immagini plurali, identitarie, sociali, frammenti di vita quotidiana, ricordi, pratiche valoriali e patrimoni di credenze condivise; divengono un buon materiale da inserire nel calderone del cyberspazio. Eterotopici mondi connotati dai molteplici regimi scopici ai quali è deputata la funzione di presentare/rappresentare e oggettivizzare il contenuto mediale.

Quali sono dunque i vantaggi subordinati all’uso sociale di simili dispositivi?

Basterebbe pensare alla funzione apparentemente aggregativa, al gruppo dei pari ai quali si ricorre per esser-ci in società, ma basterebbe argomentare altresì circa la fluidità ed estemporaneità dell’io plurale e frammentario; della condivisione degli spazi sociali sempre più virtuali e del famigerato accorciamento delle distanze. Quali gli svantaggi, allora, nell’era della cybersecurity? Centinaia di pagine, ogni giorno, vengono oscurate dalla Polizia postale, contenuti violenti e pratiche devianti, sono nel bersaglio degli agenti che combattono tale fenomeno infimo e subdolo. Dietro la retorica del social aggregante si celano gli effetti intenzionali e perduranti del formato mediale che si propone di presentare al mondo pratiche di vita attuate dall’Homo Ludens (McQuail:1993). Momenti di convivialità apparente e motivetti intonati celano, in realtà, linee di demarcazione nette tra la vita e la morte, nonché pratiche illegali contestabili come istigazione alla prostituzione e pedopornografia.

Quali sono, dunque, le problematiche attivate da simili dispositivi?

Molteplici e concernenti la privacy degli utenti, la sicurezza nazionale, la censura e la geopolitica delle emozioni. Nel caso di specie vengono coinvolte le superpotenze per la questione legata alla sicurezza nazionale. Cina e America si trovano in questo campo politico che usa dati e identità virtuali. Il problema relativo alla sicurezza americana si solleva perché la piattaforma cinese controlla i dati degli utenti (sono circa 110 milioni gli americani) ed è tenuta a rispettare le leggi della Cina. L’intelligence americana, infatti, ha sollevato problemi afferenti proprio la questione di biosecurity in merito ai processi di smistamento ed inserimento dei contenuti attuato dal social cinese. Se esiste un algoritmo che modera i contenuti, chi gestisce le informazioni e i dati degli utenti?

Perché difendersi dal social engineering

Molte le denunce presentate per furto di identità o le censure acclaranti la mancata neutralità delle politiche gestionali da parte di Byte Dance. Una delle pratiche censorie è quella concernente la diatriba sostenitori ed oppositori di Hong Kong. È stata condotta un’inchiesta dal Guardian, a tal proposito, e da ciò si evince che non vengono censurati i video e i contenuti su Hong Kong, bensì ridotte le percentuali dei video presenti nella piattaforma che concernono i video di protesta. I dati degli utenti, infatti, nonché le decisioni sui contenuti, sono nelle dirette responsabilità del governo cinese.

Casi emblematici

Un caso emblematico è rappresentato dal video virale, in seguito bloccato, realizzato da Femoz Aziz diciassettenne del New Jersey che ha denunciato la repressione cinese nello Xinjiang. Anche una giovane studentessa americana di origine asiatica ha denunciato il furto di identità. Ad ogni modo, secondo i giornalisti che hanno condotto l’inchiesta, c’è qualcosa dietro. Si usano applicazioni cinesi per monitorare i dati. Secondo le informazioni riportate dall’inchiesta, molti di questi video venivano utilizzati per tracciare ad esempio i gusti e lo stile di vita dei soldati americani.

La geopolitica dei social è compiuta. Dall’inchiesta condotta da Guardian emerge, inequivocabilmente, che Tik Tok istruisce i suoi moderatori a censurare i video e, in particolare, quelli che contengono menzioni di Piazza Tiananmen, l’indipendenza tibetana o il gruppo religioso bandito dal Falun gang. Secondo i documenti raccolti dai giornalisti britannici, le linee guida per la moderazione dei contenuti virali attuati dalla piattaforma cinese, coincidono con i moniti che fanno da assunto alle decisioni concernenti la politica estera ed interna cinese. Scrive il Guardian, infatti:

“[…] Tik Tok, the popular Chinese-owned social network, instructs its moderators to censor videos that mention Tiananmen Square, Tibetane indipendence, or the banned religious group Falun Gong, according to leaked documents detailing the site’s moderation guidelines”.

Anche il Washington Post ha aperto un’inchiesta e per mostrare la veridicità di quanto ampiamente investigato/dibattuto decide di fare un test smentendo che l’unico intento del social sia quello di intrattenere, così come sostenuto dai dirigenti della piattaforma, quanto piuttosto  farne un uso politico. Basta inserire, infatti, la parola Trump, ed è presto detto. Inserendo l’hastag, infatti, si scopre che escono contenuti che hanno favorito la campagna elettorale del 2016. I contenuti che vengono bannati hanno come riferimento  due sezioni, quella relativa alle violazioni della privacy e quelli concernenti le infrazioni commesse dai minori, ma si sospetta che si stia giocando con i dati degli utenti.

Pericoli di Tik tok

I pericoli sollevati da Tik Tok sono stati molti, tra i tanti le denunce per pedopornografia e pedofilia. Si stima, infatti, che circa il 30% degli utenti sia minore e che abbia,dunque, un’età inferiore ai 18 anni. In India e in Bangladesh, Tik Tok è stato multato per istigazione alla pedopornografia, per l’uso improprio di immagini di minori e bannato da Google, che ha bloccato l’app dal play store. Anche la Federal Trade Commission ha multato la piattaforma digitale per ben 5,7 milioni di dollari per avere raccolto dati di minori di 13 anni senza consenso dei genitori. I pericoli sollevati, non afferiscono unicamente alla sfera dell’età o delle violenze sessuali, bensì anche alla dimensione della spettacolarizzazione delle vite dei bambini.

Nuovi Tik Toker, si chiamano così, nascono.  Baby infuencer che assumono posture volgari e simulano/emulano donne denunciate finanche, come la donna siciliana di 48 anni, per istigazione alla prostituzione di minori. Attivano in tal modo, problemi reputazionali e diffondo anche fakenews e, come osservano gli analisti, non c’è una netta presenza di debunker, coloro che smentiscono le notizie false, creando un danno di disinformazione non indifferente.

L’uso politico di Tik tok

L’uso politico del social e persino l’impiego deviato è dimostrato altresì dalla funzione propagandistica cui assolve per le organizzazioni terroristiche. Persino l’ISIS ha impiegato video pubblicati su Tik Tok per la propria campagna di reclutamento. L’accusa più grave per la società però è quella di Istigazione alla violenza.

Molti video e molte sfide come vedremo incitano a compiere azioni pericolose troppo spesso volano di tragedie annunciate. Basti pensare alla morte della piccola Antonella, a Palermo, che decise di partecipare alla challange (sfida online) che la fece morire asfissiata o al povero bimbo il cui corpo fu dilaniato dal treno in quel di Bari, solo per dimostrare di essere all’altezza. Ma in cosa consiste la challange? Quali sono i pericoli che più attiva? Si tratta di una sfida/gara nella quale vengono coinvolti gli utenti del social e che, alla stregua di un automatismo meccanicistico decreta o meno la forza del nuovo adepto e del nuovo leader del social, in palio il trono dell’influencer o gettoni per acquistare contenuti o altre corbellerie algoritmiche, ma spesso, troppo spesso, un posto in cielo.

Tipologie di Challenge

Quali sono le challenge più pericolose? Purtroppo ne esistono tantissime. L’ultima e la c.d. “Bright Eye Challange”, sfida che consiste nel mettere un composto di candeggina, disinfettante e schiuma da barba in un sacchetto, per poi poggiarlo sull’occhio; con l’unico intento di provocare un cambiamento di colore dell’iride. Questa sfida, rivelatasi un falso, ha avuto 25 mila condivisioni. I minori morti per le più disparate sfide sono tantissimi.

Fenomenologia dei social network

Colbert Munoz, bambino cileno di dodici anni, morto per avere partecipato alla sfida “Suicide Tik tok Challange” la quale lo avevo incitato a condurre pratiche di autolesionismo. La “Skull Breaker Challange” altrimenti detta la “spaccatesta”, decreta che un bambino salti e altri due gli facciano lo sgambetto, facendolo cadere e provocando lesioni gravi al cranio e a tutto il corpo. Ancora, la “Benadryl Challange”, una sfida che impone perentoriamente di assumere un antistaminico fino a quando non provoca allucinazioni. Un giovane di quindici anni, Cloe Phillips. muore in Oklaoma city, per overdose.

Segue la più comune, la “Salt Challange” che prevede di inserire quantità di sale fino al vomito, comportando ciò che ne può derivare, da disidratazione a convulsione, fino alla morte. La “Bird Box Challange”che sancisce di compiere azioni bendate; infine, la “Tide Pods Challange” che prevede di masticare capsule di detersivo. Tutte queste pratiche irreali non possono essere paragonate a quella compiuta dai genitori che oltre ad essere profondamente deviata è fonte inequivocabile di sofferenza per i bambini, reiterata da chi dovrebbe dare l’esempio; l’ennesima pratica di spettacolarizzazione della morte. Questa sfida prevede che i genitori debbano fingersi morti davanti ai figli e resistere il più possibile. Al di là dell’inutilità diseducativa della presente, ciò che è d’obbligo chiedersi, da un punto di vista sociologico è: che  cosa sta succedendo? 

Anomiche pratiche sociali, solidarietà meccanica e percezione del fenomeno

L’attuale società liberal-democratica, vale a dire la c.d. società post-moderna, liquida e delle comunicazioni, spinge l’in-dividuo a intessere relazioni virtuali all’interno di routine organizzative che, di fatto, attivano solidarietà meccaniche, poiché si tratta di algoritmiche pratiche sociali standardizzate e relazioni effimere. Media, tecnologie, social,fanno parte di quel regime scopico all’interno del quale vivono i nativi digitali, i quali,  normativizzano lo stile di vita dell’homo ludens, inserendo il medesimo all’interno di una logica tipica dei processi di gamefication.

All’interno di tale contesto, però, si scorge un’anomia dell’essere che aderisce supinamente alle norme del social, al punto da attivare una risposta comportamentale dedita all’abnegazione assoluta. Anche questo, direbbe Durkheim è un fatto sociale. Infatti, tale fenomeno non può non essere de-costruito all’interno della sfera sociale. Quali sono le determinanti di simili pratiche? Perché i giovani e, troppo spesso, i bambini, divengono fruitori e, al contempo, produttori di rituali identitari, d’appartenenza e persino funebri?

L’intenzionalità dell’attore sociale

Che il processo di identificazione sociale avvenga attraverso l’Altro generalizzato è, nel caso di specie, apodittico. Si può decidere di reiterare pratiche autolesionistiche o uccidersi ed arrivare, pertanto, al suicidio, per essere parte di un gruppo? Durkheim in Le suicide. Étude de Sociologie (Paris, Alcan 1897), definisce il suicidio come: “ogni cosa di morte direttamente o indirettamente risultante da un atto positivo o negativo compiuto dalla stessa vittima pienamente consapevole di produrre questo risultato”.

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Leggere il presente con i classici: Durkheim e l’interpretazione del suicidio

Ciò presuppone l’intenzionalità dell’attore che, pur di identificarsi socialmente, o forse, proprio per assenza di socialità, volendo far parte del gruppo dei pari, o attendendo e ricercando leader carismatici per dirla con Weber, emula i medesimi e decide di togliersi la vita; sfidando ,di fatto, se stesso e la socialità ristretta di questa “comunità immaginata”. Potremmo dire, parafrasando Durkheim, che siamo in presenza di diverse forme di suicidio correlate all’appartenenza di un gruppo. Far parte di Tik Tok significa entrare in quel che oggi è il gruppo dei pari iper-tecnologico ed estremamente effimero, ma perdurante e sociologicamente determinante.

Durkheim e il suicidio

In un gruppo, infatti, sosteneva Durkheim si scambiano idee, emozioni e pensieri, ottenendo supporto morale, ma può darsi anche che possa dar vita ad una forma di individualismo possessivo in cui, la dimensione solipsistica dell’homme blasè di Simmeliana memoria, prenda il sopravvento. L’uomo non è abbastanza integrato nella società e vive male gli stimoli provenienti da un ambiente ormai sterile.

L’isolamento, derivato dal bisogno di appartenenza, sancisce linee di confine e conduce anche alla morte. Potremmo definire tali pratiche, come Suicidio egoistico/anomico.  Secondo Durkheim tale circostanza è determinata dal fatto che la società non sia sufficientemente presente nell’individuo. Le persone, infatti, sono meno socialmente regolate e l’in-dividuo è troppo poco integrato nella società. Ma l’analisi di Durkheim torna utile con un caso di suicidio che ai nostri fini risulta più pertinente ed è il caso del Suicidio altruistico. Mi uccido, commetto azioni pericolose che possano portare alla morte, perché faccio parte di un gruppo.

Esistono tre tipi di suicidio altruistico: obbligatorio, volontario, acuto. Si tratta di diverse forme di suicidio individuate dal sociologo attraverso un approccio diacronico-comparativo presso le molteplici società oggetto delle sue indagini; ma, nella fattispecie, quel che risulta più adatto nel caso di tik tok, è quello volontario. A differenza del primo, non è obbligatorio, ma viene visto, all’interno della società, come un atto dovuto al gruppo cui si appartiene. Viene, infatti, valutato positivamente. Si pensi agli indiani il cui onore e la cui integrità, nonché appartenenza al gruppo è subordinata alla propria uccisione, per esempio, nelle questioni legate alla gelosia coniugale. Che sia lo stesso movente a guidare le scelte dei giovani? Rischio di morire e muoio perché voglio far parte di questa comunità?

Percezione del fenomeno e presentazione dei risultati   

Per comprendere il grado di percezione del fenomeno oggetto dell’indagine del presente contributo, ho interrogato, utilizzando una metodologia quali-quantitativa, che prevedeva l’impiego di sondaggi d’opinione/intervista strutturata e semi-strutturata, come tecnica di rilevazione, un campione di tipo causale semplice e stratificato, nonché probabilistico, poiché non ha la pretesa di essere totalmente rappresentativo, ed è composto da un gruppo di 30 attori, per lo più giovani donne e uomini, con un’età compresa tra i 30- 45 anni. Del medesimo, circa il 5% è rappresentato da uomini single, con una formazione universitaria almeno di primo livello, non coniugati e senza prole. Il 10% è rappresentato da giovani donne, il cui 3% è rappresentato da donne con  un’ istruzione media superiore di secondo grado, lavoratrici, coniugate e madri.

Il restante 7% del campione è, invece, rappresentato da donne con un’istruzione universitaria di secondo livello, coniugate e madri. L’altro 10% è rappresentato da uomini con istruzione media superiore di  secondo grado, coniugati e con prole. In tutti i casi, si tratta di genitori con figli con età compresa tra i 10 e i 15 anni. Infine, il 5% da uomini single, con un’istruzione universitaria almeno di primo livello, celibi e senza prole. Il sondaggio era articolato è strutturato in 3 sezioni di batterie, con tematizzazione differente.

Analisi social di Tik tok

Nella prima parte, ci si prefiggeva l’obiettivo di comprendere che tipo rapporto intercorre tra i social, nel caso di specie tik tok e i giovani/adulti. Nella seconda parte, si investigava sulle variabili correlate tra l’analisi del social Tik tok e il rapporto tra genitori e figli, cercando di cogliere gli atteggiamenti e gli approcci risolutivi proposti da questi. L’ultima parte verteva più sulla dimensione percettiva del fenomeno oggetto dell’indagine e si poneva una serie di postulati concernenti la rilevanza della percezione sociale del fenomeno “Challange” da parte dei genitori, o dagli adulti in generale; nonché la possibilità, attraverso l’intervento mirato di domande, di proporre soluzioni ed interrogarsi sulle motivazioni che possano spingere dei bambini a compiere queste azioni brutali.

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É importante sottolineare, ai fini dell’indagine, che tale contributo avveniva prima che gli enti preposti oscurassero alcuni video e bandissero dal social gli account di minori non autorizzati; anche se pare che per iscriversi, si chieda comunque l’età che può essere facilmente falsificata.

Domande di ricerca

Cosa pensano i genitori di Tik Tok? Lo conoscono? Che cos’è una challange? Cosa spinge i giovani ad emulare soggetti sconosciuti, in pratiche conducibili alla morte?

Dai dati emerge che tutti i componenti del campione conoscono il social. Dei 30 soggetti intervistati, 17 affermano di non utilizzarlo. Si tratta per lo più di donne, lavoratrici e madri. Pertanto, l’impiego della piattaforma tecnologica risulta essere correlata negativamente con le variabili socio-demografiche di tipo economico-sociale. Il restante 13% asserisce di utilizzarlo,ma con parsimonia.

Alla domanda: cosa ne pensi del rapporto che intercorre tra i giovani e le tecnologie? Come le definiresti? Il 27% asserisce che “Sono importanti nell’era della comunicazione, ma dovrebbero essere usati con criterio e parsimonia”. Si tratta sia di donne madri, che di giovani uomini single. Quindi, l’impiego corretto delle medesime è correlato negativamente con la variabile genitore. Infatti, sia i soggetti con prole che il gruppo di single asserisce, conseguentemente, che alla luce dei fatti accaduti e concernenti la perdita di molti bambini, avrebbero/hanno argomentato con i loro figli, cercando di spiegare la pericolosità degli eventi legati al social.

Sai cos’è una challenge?

Alla domanda: “sai cos’è una challange”? Il 25% risponde sì. Solo il restante 5% afferma di non conoscerne né il significato, né di prevederne gli effetti. Il campione intervistato, che conferma di conoscere il social è rappresentato da donne, coniugate, madri e istruite. Le variabili coinvolte, pertanto, decretano che si ha una maggiore conoscenza del fenomeno se si è istruiti e si ha un’occupazione. Chiesi in seguito se avessero mai partecipato ad una sfida e risposero tutti negativamente 30/30.

L’ultima fila di batterie cercava di comprendere le motivazioni che spingessero i giovani a compiere simili azioni e le consequenziali soluzioni proponibili e capire perché si usano queste tecnologie.

Secondo il 25% del campione il senso cui è imputabile l’utilizzo della piattaforma è rintracciabile nella condizione di solitudine cui versano/vivono i giovani/giovanissimi: “Perché vivono in rete, ma in realtà sono isolati”. Il restante 5% afferma che li usino per “Entrare nel gruppo dei pari”.

La domanda conclusiva del presente sondaggio, prevedeva una risposta aperte e chiedeva: “ Cosa spinge un giovane a emulare il prossimo rischiando o, purtroppo, arrivando persino alla morte?

Le riposte sono pervenute in assoluto da parte delle donne, coniugate e madri, lavoratrici. Gli uomini, single, coniugati con e senza prole, si sono astenuti. Segno, questo, che vi è una correlazione negativa tra la percezione del fenomeno e l’identità di genere. Le donne hanno mostrato maggiore consapevolezza e un approccio pragmatico, nonché dialogico.

Motivazioni riscontrate

Ecco alcune delle motivazioni addotte:

  1. – “ Le usano per attirare l’attenzione”;
  2. – “Hanno bisogno di attenzione, di affetto. Dovrebbero dialogare, in primis, con  genitori e poi a scuola ci vorrebbe tanta serenità”;
  3. – “ La solitudine, che c’è dentro ognuno di noi credendo di poterla colmare rimanendo connessi”;
  4. – “Viviamo in una realtà liquida nella quale sono veniti meno i punti di riferimento, i valori e le esperienze reali della vita sono sostituite da uno schermo, una realtà virtuale vissuta come assoluta. Bisognerebbe recuperare i rapporti e giocare per strada;
  5. – “Lo fanno perché hanno bisogno di attenzioni e di affetto. Si sentono soli. Vogliono colmare, infatti, i vuoti che lasciano i genitori presi dagli impegni. Non ci sono più famiglie, sono solo apparenti.
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In buona sostanza, non solo il pericolo derivante dall’uso improprio di queste tecnologie è maggiormente avvertito dalle donne/madri, ma è anche articolato in maniera pertinente. Le parole maggiormente impiegate sono: attenzione, solitudine, virtuale, affetto. Sarebbero queste, infatti, le determinanti della risposta comportamentale dei giovani. Solipsisticità, disaffezione, assenza di figure di riferimento familiare e, conseguentemente, ricerca di identità e aggregazioni effimere/liquide. Le soluzioni sembrano porre l’accento sulla genuinità delle relazioni amicali da recuperare e sulle pratiche ludiche che avevano spazi e tempi rituali: le strade.

Valeria Salanitro

Bibliografia

Sitografia

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