È uscito il primo giorno del nuovo anno il film record di incassi di Checco Zalone: in un solo giorno 10 milioni di euro per 1 milione di spettatori sparsi per tutte le sale cinematografiche italiane (era sempre suo il primato precedente), che stavolta lo vede non solo protagonista ma anche impegnato alla regia. Una pellicola che aveva già scatenato polemiche fin dal rilascio del trailer nel quale il testo provocatorio della canzone Immigrato, cantata dallo stesso Zalone, aveva suscitato le ire di coloro che l’avevano marchiato come superficialmente razzista e discriminatorio.

Vizi italiani

L’intento di Zalone è però quello di mettere in mostra, senza censure e senza aver paura del politicamente corretto e dei buonisti, i vizi dell’Italia e dell’italiano medio. Il protagonista è un provincialotto che ha paura del diverso e che lavora in un villaggio turistico in Africa, dove si è rifugiato per sfuggire al fisco; già da queste premesse si può rintracciare una critica all’eccessiva burocratizzazione e alla pressione fiscale tipicamente italiane che mettono in ginocchio attività commerciali e piccoli imprenditori. Ma chi si aspettava di andare a vedere questo film per ridere dall’inizio alla fine, si sbagliava di grosso. Di certo non mancano le battute divertenti; a suscitare il riso, però, non è la ridicolizzazione dei temi trattati ma l’atteggiamento di quell’italiano medio perfettamente impersonificato da Zalone, del quale coglie quella grammatica scorretta sempre più dilagante e il menefreghismo che a tratti potremmo definire ingenuo.

Destra e sinistra

Si tratta, quindi, di una rappresentazione che non risparmia nessuno: dalla destra che si rifiuta di far sbarcare la nave coi migranti, alla sinistra che con Nicky Vedola si compiace di parlare con un linguaggio intangibile e ormai distante dalla concretezza dei problemi del popolo, fino alla battuta sul rifiuto di attraccare a Vibo Valentia che scuote e indigna calabresi e non; anche in questo atteggiamento, non v’è però da leggervi uno scherno della città o della Calabria, bensì il tentativo di documentare una realtà che ci parla di una provincia che si distingue da anni come una delle  peggiori per qualità della vita. In breve, i momenti salienti di Tolo Tolo ruotano intorno al fatto che Zalone interpreta un sempliciotto arrogante che non si rende conto del dramma di chi gli sta intorno e spesso scherza sul fatto che in Italia non si stia poi meglio che in Africa. Nei primi minuti del film, ad esempio, Zalone dice, mentre litiga al telefono con una delle sue ex mogli durante un attacco armato, che quelli dell’ISIS “hanno più umanità di quella donna“.

Comicità, ma non solo

Oltre alla trama principale, cioè il viaggio dall’Africa verso l’Italia, ci sono sequenze di sogni fatti dal protagonista: in uno di questi, ad esempio, Checco immagina di essere un imprenditore italiano che apre un locale per risollevare le sorti dei suoi compagni di viaggio, in cui l’abile e il disabile siano uguali al punto da avere un unico bagno. I personaggi principali del film sono i migranti Oumar (Souleymane Sylla) e Idjaba (Manda Touré, immancabile personaggio femminile per il quale perde la testa) e il giovane Doudou (Nassor Said Birya) che segue Checco per raggiungere suo padre che si trova già in Italia. Un tema, quello del ricongiungimento, che chiude il cerchio (dalla  fuga iniziale dall’Italia, al viaggio in Africa, fino al ritorno in “patria”) e che non vuole solo a nostro avviso essere un epilogo felice ma rappresenta anche la cartina tornasole della volontà chiara di Zalone di non collocarsi nella sfera della comicità ma di far riflettere attraverso un’ironia a tratti rude, sbeffeggiante, grossolana, sul disagio culturale e ideologico che si nasconde dietro alla paura del diverso e alla complicità silenziosa di una classe politica che alimenta e a sua volta si nutre di paure e pregiudizi che non lascino neanche intravedere soluzioni a lungo termine. In attesa di tempi migliori, che la satira di Zalone ci salvi (o meglio punisca), tutti.

Carmen Pupo

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