Si avvicinano le festività in onore di Sant’Antonio abate, patrono degli animali e considerato da molti il fondatore del monachesimo cristiano. Eremita egiziano, è stato ed è tuttora un personaggio appartenente sia alla tradizione cristiana (sacra) che a quella pagana (profana).

Statua di Sant'Antonio
Statua di Sant’Antonio

Vengono ad egli attribuiti legami speciali con gli animali, con il fuoco, la forza d’animo necessaria a interagire con i diavoli senza lasciarsi dominare dagli inganni, nonché capacità guaritrici correlate all’uso della cotenna di maiale per curare, secondo la tradizione, malattie come l’herpes zoster, conosciuto popolarmente proprio con il nome di “fuoco di sant’Antonio”. Da qui la raffigurazione del personaggio con in mano la campanella, la quale serviva a distinguere i maiali “da cura” da quelli da allevamento, consentendo loro di scorrazzare liberi per le strade intorno al 1200.

Rielaborando la “Leggenda Aurea” di Jacopo da Varazze, ogni comunità che si riunisce intorno alle pire, falò, focaroni, focarazzi che dir si voglia, riconosce e tramanda nel tempo e nelle generazioni, avvalendosi di musiche e canti antichi popolari, che l’eremita affronta i diavoli scendendo negli abissi infernali per rubare il fuoco e portarlo in superficie agli uomini. La leggenda vuole che l’eremita abbia usato il suo fedele porcellino per ingannare i diavoli e seminare il caos negli antri dell’inferno, e che per rubare il fuoco abbia usato proprio quel bastone a forma di tau che i suoi devoti tuttora indossano, in miniatura, al collo o al polso. La similitudine con il mito di Prometeo – il quale centinaia se non migliaia di anni prima ruba il fuoco ai titani per riportarlo agli umani – appare ora molto nitida.

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Solo una coincidenza?

Probabilmente no. La similitudine tra miti e narrazioni appartenenti ad epoche diverse ma che vengono trasmesse negli stessi territori sono raramente coincidenze. In questi casi entra in gioco ciò che Erasmo da Rotterdam, in una lettera  del 1519, indicò con la parola sincretismo, modernizzando il suo significato e dandole come accezione la proprietà di far convergere o fondere scuole diverse di pensiero. In questo caso potremmo trovarci di fronte a un classico caso di sincretismo religioso, dove la diffusione ed egemonizzazione del cristianesimo a livello globale non va a cancellare gli antichi dei, spiriti o idoli, ma più semplicemente se ne appropria e li trasfigura in una forma considerata accetabile, di solito un santo o una santa. Lasciando da parte ora la leggenda aurea e la storia di Antonio d’Egitto e le sue trasfigurazioni mitiche e religiose, ritorniamo ad analizzare ciò che più ci interessa.

I focaroni di Sant’Antonio

I focaroni attorno ai quali si radunano le persone
I focaroni attorno ai quali si radunano le persone

La festa di Sant’Antonio, seppur conosciuta in tutta la penisola, viene celebrata per lo più nei paesi legati all’agricoltura e all’allevamento. Alcuni ritengono che prima della consacrazione della festa al santo, essa si celebrava nel solstizio d’inverno. Ad ogni modo essa rappresenta anche un continuum dei festeggiamenti tra il Natale e il Carnevale. La benedizione degli animali rappresenta la parte sacra della festa, dove una processione di animali d’allevamento e di compagnia, insieme ai rispettivi “padroni”, attende il proprio turno per il rito officiato da una figura ecclesiastica, di solito il parroco della chiesa consacrata a Sant’Antonio.

Elemento centrale dei festeggiamenti profani è il grande falò acceso in una delle notti più fredde dell’anno, di solito indetto da un comitato addetto alla festa. L’accensione del falò rappresenta in alcune comunità l’inizio degli eventi festosi, mentre in altre segna la fine di questi. I festeggiamenti, che avvengono nella settimana del 17 gennaio, coincidono con il periodo della pulizia dei terreni agricoli e l’eventuale potatura operata negli stessi. Vengono così raccolti rami e ramaglie in fasci preparati per le pire. In molti casi si organizzano focaroni nei cortili o in prossimità delle case rurali, dove si rinforzano i legami familiari e di vicinato, dove capita di poter fare visita a membri della comunità che non si vedeva da tempo e approfittare per sanare dissapori.

Le danze e i balli tipici della tradizione
Le danze e i balli tipici della tradizione

Una caratteristica importante del falò in generale sono le sue dimensioni in termini di altezza e la sua sacralità. Tra musiche e ritmi ipnotici e senza sosta si offrono cibi tipici, che a seconda delle comunità vengono preparate a base di grano, granturco, fave, mais e infine carne di maiale, adiuvante della leggenda; in tutti i paesi questi cibi vengono accompagnati da abbondante vino, collettore della socialità e della convivialità. Abbondano le danze tipiche del territorio, la cui partecipazione è aperta a tutti, mentre i cori degli spettatori si uniscono alle note di musicisti e musicanti.

Tra antico e moderno

In tutte le comunità che onorano questa festa esistono detti e proverbi singolari, che valgono come consiglio ai più piccoli e come augurio al prossimo, così come sopravvivono altri riti e leggende, tra i quali quella che vuole che gli animali parlino durante la festa, ma è di male auspicio ascoltare i loro segreti. Tuttavia la festa cambia con il cambiare dei tempi, e la genuinità della tradizione attira in questi piccoli paesi folle di turisti del folklore dalle città vicine, richiamati dall’ospitalità, dalle danze e dal vino che rischiano di modificare il comportamento rituale degli abitanti e organizzatori, i quali, sempre più, tendono a chiudere i propri cancelli e a festeggiare solo in compagnia di parenti e amici intimi, e trasformando la festa stessa in uno spettacolo per forestieri e occasione di lucro per alcuni locali.

René Verneau

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