Nel I secolo a.C. il filosofo, politico e drammaturgo romano L. A. Seneca ricordava che “spesso nel giudicare una cosa ci lasciamo trascinare più dall’opinione che non dalla vera sostanza della cosa stessa”.

Il giudizio può distorcere la realtà

Nonostante il trascorrere dei secoli, è doveroso riconoscere l’incredibile attualità di questa prospettiva. Tutti, volenti o nolenti, ci lasciamo influenzare, positivamente o negativamente, dal giudizio altrui. Che si tratti di oggetti materiali, musica, film, libri, luoghi, persone addirittura, il pensiero degli altri ha un peso nel determinare il modo in cui si vedono le cose. Naturalmente, molto spesso, il giudizio che si ha nei confronti di qualcosa non ne stabilisce l’essenza e non corrisponde alla sostanza della cosa stessa. Può anzi distorcere la realtà ed impedire un’analisi conoscitiva in profondità, bloccando la persona ad una visione superficiale. Molti infatti hanno e talvolta diffondono un’opinione su qualcosa che non conoscono soltanto perché “tutti la pensano cosi”. Ma il fatto che tutti pensino in una determinata maniera non rende giusta e veritiera quella medesima maniera.

Tendere all’avalutatività?

Avere un giudizio su oggetti o soggetti non equivale all’avere una conoscenza di essi. Non è sufficiente vedere o guardare. Per conoscere realmente qualcosa è necessario osservare. L’osservazione obiettiva è la base della conoscenza, ma per osservare in maniera imparziale, consapevole e concreta è essenziale eludere ogni forma di giudizio su quello che sarà il nostro oggetto di valutazione. In sociologia si parlerà a tal proposito di avalutatività. Nella prospettiva di M. Weber l’avalutatività consiste nel liberare la nostra valutazione da ogni giudizio di valore, poiché il ricercatore non deve mai essere influenzato da giudizi soggettivi nella conduzione di un qualsivoglia tipo di ricerca o di valutazione.

Superare questa barriera alla conoscenza e alla comprensione.

Abbandonare il giudizio e conoscere qualcosa nella sua totalità prima di poterne avere e diffondere un’opinione sembra essere semplice nei confronti degli oggetti ma non delle persone. La pratica del giudicare gli altri è infatti pericolosamente diffusa all’interno della nostra società. Che si tratti di un conoscente, di un amico, di un personaggio televisivo, di un politico, di un familiare, sembra che chiunque oggigiorno si arroghi il diritto di giudicare chiunque. Nell’aspetto fisico, nei comportamenti, negli atteggiamenti, nei percorsi di vita. Questo accade addirittura con completi estranei. Parliamo in questo caso di pregiudizio (giudizio preconcetto). Il pregiudizio tendenzialmente consiste nel giudicare negativamente (e più raramente positivamente) qualcosa o qualcuno senza averne una conoscenza.

I motivi principali che spingono le persone a giudicare costantemente gli altri sono abbastanza noti in sociologia. Essi possono essere individuati nella gelosia, nella frustrazione, nell’antipatia, nella malignità, nel complesso di superiorità, nell’incapacità di mostrarsi a se stessi e di dover dunque utilizzare gli altri per sentirsi vivi. Ciò che sconcerta maggiormente non è tanto il giudizio in sé quanto il fatto che molti ritengono che, tra le varie, la propria opinione sugli altri sia quella corretta. Che ciò che loro pensano o che a loro sembra, determini l’essenza di qualcuno. Ci si dimentica forse che talvolta la mente si concentra e rileva soltanto alcuni aspetti di un fenomeno o di una persona o che spesso nel giudizio ci si lascia guidare da schemi o disposizioni che chiamiamo bias cognitivi. Essi, come vedremo, non rendono oggettivo il giudizio.

I bias cognitivi per razionalizzare un giudizio

Un bias cognitivo rappresenta un pattern che non rende razionale l’attribuzione di un giudizio. Le persone rilevano ed analizzano in maniera illogica ed incoerente alcune informazioni e sulla base di esse creano una loro evidenza soggettiva, che non corrisponde alla realtà. Relativamente all’argomento trattato si possono annoverare, tra i bias più importanti, i seguenti:

  • bias di ancoraggio, che determina la propensione a prendere decisioni sulla base delle prime informazioni a disposizione.
  • Il bias di conferma, attraverso il quale i soggetti tendono a dar risalto alle informazioni che confermano le proprie convinzioni e a sminuire quelle che le contraddicono, per dare maggiore credibilità alle proprie tesi dinanzi a se stessi ed agli altri.

Il bias dell’egocentrismo, che rappresenta un bias di memoria, in base al quale le persone tendono a ricordare eventi passati in un modo distorto che però salvaguarda la propria autostima. Da quanto esposto si evince con sufficiente evidenza quanto il giudizio molto spesso sia parziale e non oggettivo. Per quest’ultimo motivo è sempre doveroso distinguere la realtà di una cosa dalle infinite sfaccettature con le quali essa può essere vista e dunque giudicata, se ci si pone in prospettive differenti.

Il giudizio tra social e realtà

Se le motivazioni che talvolta spingono le persone a giudicare ferocemente gli altri sono, come precedentemente ricordato, più o meno note, ciò che appare poco chiaro è la ragione per la quale gli individui reagiscono al giudizio altrui. Vediamo quotidianamente persone stare male per un’offesa ricevuta, per una critica alla propria persona, per un commento sgarbato. Il giudizio altrui si ripercuote in maniera più che negativa nella vita delle persone e gli effetti possono essere drastici, si pensi ai casi di depressione che talvolta ne conseguono.

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Il mondo social contribuisce a peggiorare la situazione. Tutti cercano di apparire e non di essere. Di dare un’immagine di sé che non corrisponde al reale. Di sembrare ciò che alla massa piace in un determinato momento storico, ritoccando foto ed utilizzando citazioni d’autore per dimostrare la propria profondità. L’immagine online sembra essere diventata più importante della propria stessa identità e questo causa tre conseguenze pericolose quanto deleterie:

  • È mediante quell’immagine che le persone tentano di acquisire un riconoscimento sociale.
  • La dissonanza che si viene a creare, relativa alla incoerenza tra ciò che si è e ciò che si mostra può causare un inconscio disequilibrio identitario e psicologico.
  • Le persone, per ferire nel profondo altre persone, attaccano quella stessa immagine online, attraverso giudizi, offese, critiche a foto, post, video. Tali offese si ripercuotono negativamente sul benessere psico-sociale dei destinatari. Ma perché questo accade? Perché il giudizio si trasforma in causa determinante effetti pericolosi e significativi quali rabbia, senso di inadeguatezza, tristezza?

Reagire ai giudizi degli altri

Cosa porta una persona a stare male o a provare rabbia per i giudizi che su di essa vengono espressi? Tendenzialmente avere un IO strutturato e consapevole dovrebbe impedire al giudizio di subentrare nel proprio essere e di destabilizzare la propria identità. Tuttavia, come M. Scardovelli ci ricorda, nella maggior parte dei casi il giudizio va a toccare l’immagine di te a cui sei attaccato e che mostri agli altri. Non è allora il giudizio in sé a scuotere una persona, quanto più il timore che la sua immagine possa essere “sporcata” agli occhi degli altri. Ancora una volta si evince con sufficiente evidenza l’importanza che gli altri hanno nella determinazione del benessere dei singoli. Ancora una volta il benessere sociale, parte determinante dello stato di salute di una persona e troppo spesso sottovalutato, ci impone la sua esistenza e la sua essenzialità.

La filosofa Martha Nussbaum
La filosofa Martha Nussbaum

Un ulteriore prospettiva interessante che si intende sinteticamente analizzare fa capo a M. Nussbaum, secondo la quale dinanzi ad una offesa la rabbia si rende necessaria per la salvaguardia della dignità e del rispetto del sé. Tendenzialmente la vittima vede l’offesa come una lesione al proprio status relativo, dunque percepisce il giudizio come un declassamento del sé, come un danno di status. Tuttavia, come anche Aristotele ci ricorda, la diminuzione dello status è volontaria, poiché il danno di status non verrebbe neppure percepito se si imparasse a distinguere lo status relativo (legato al giudizio altrui) dalla Dignità propria di una persona. In altri termini, potremmo dire che il giudizio va a colpire l’immagine, non la persona.

Come giudicare sè stessi?

Come abbiamo osservato, generalmente le persone tendono ad essere giudici severi quando esprimono giudizi sugli altri. Ma cosa accade quando l’oggetto di valutazione o di giudizio ricade sulla nostra persona? Lo strumento di misura cambia. Tendiamo infatti a giudicare gli altri ed a giustificare noi stessi. Questo accade per molteplici ragioni. Per salvaguardare la nostra persona o la nostra autostima. Perché internamente si vedono le cose in un’unica prospettiva, quella che soggettivamente risulta corretta.

Fenomenologia dei social network

Per il desiderio di sentirsi migliori. E allora, quello che sembra poter essere determinante per debellare le problematiche relative al giudizio che sinteticamente si è cercato di illustrare, è contribuire a diffondere una nuova cultura del giudizio. Essa consiste nell’imparare a giudicare criticamente ed in modo costruttivo. Prima se stessi, poi gli altri.  Assumendo coscienza e consapevolezza del proprio essere e cercando solo successivamente di conoscere quello degli altri. È da questo che deriva la conoscenza. Non dal pronunciare sentenze. D’altra parte, come A. De Mello ci ricorda, “quel che si giudica non si può comprendere”.

Noemi del Turco

Alcuni testi utili per approfondire

Bibliografia:

  • Aronson E., Akert R., Wilson T., Psicologia Sociale, Il Mulino, Bologna 2013
  • Nussbaum Martha C., Rabbia e perdono, la generosità come giustizia, Il Mulino, Bologna 2017
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