Pensando ai classici della sociologia, qual è il primo nome che ti viene in mente? Sicuramente uno tra Durkheim, Weber, Marx… ma riesci a pensare a una donna all’origine della sociologia? Se non te ne ricordi nessuna, non preoccuparti: non dipende da te. Per questo motivo, si è ipotizzata una rubrica in cui si cercherà – come da titolo – di iniziare un discorso volto a decostruire e ricostruire il canone sociologico attraverso una prospettiva femminista. Vediamo come.

Analisi dei manuali di teoria sociologica

La teoria sociologica che troviamo nei manuali e nei corsi universitari è infatti implicitamente segnata da una prospettiva sessista. Non a caso, nel 2019 l’accademica e politica canadese Lynn McDonald ha pubblicato un articolo intitolato “Sociological Theory: the Last Bastion of Sexism in Sociology”. Secondo McDonald, sebbene la sociologia abbia compiuto significativi progressi sul piano dell’avanzamento professionale, la teoria sociologica resta ancora uno spazio chiuso, pressoché impermeabile all’inclusione di voci marginali, come se esistesse una sorta di “incompatibilità tra donne e teoria” (Cersosimo, Rauty, 2023, p. 1).

Analizzando i manuali di teoria sociologica pubblicati negli ultimi venticinque anni (1994-2019) nel contesto statunitense, McDonald nota come la maggior parte dei capitoli sia dedicata esclusivamente a uomini. Le donne, quando presenti, occupano uno spazio marginale e sembrano essere inserite più per rispondere a logiche formali che per un autentico riconoscimento del loro contributo. In alcuni casi, vengono incluse attraverso la strategia del tokenismo, dando loro una sorta di “gettone di presenza”, senza però che il loro pensiero sia messo in relazione a quello degli altri autori (uomini), né integrato nel discorso teorico complessivo. In altri casi, vengono citate figure femminili anche piuttosto note – filosofe, attiviste, femministe – che però non hanno avuto un ruolo effettivo nello sviluppo della teoria sociale. L’articolo di McDonald si conclude con una sorta di denuncia: una lista di venti manuali di teoria sociologica sessisti, tra cui compaiono anche volumi curati da nomi di grande rilievo.

(Ri)scoprire le “founding sisters”

Sebbene assenti dai manuali, le donne all’origine della sociologia erano non solo presenti, ma anche numerose. Conducevano ricerche empiriche, scrivevano, e in molti casi collaboravano o intrattenevano scambi scientifici con i colleghi uomini dell’epoca. Negli ultimi decenni, diverse studiose e studiosi hanno intrapreso un paziente lavoro di ricerca d’archivio, facendo lentamente riemergere questa presenza dimenticata. Una pioniera in questo ambito è stata Mary Jo Deegan, importante sociologa e femminista statunitense scomparsa lo scorso anno. Nella prefazione di “Women in Sociology” (1991), Deegan scrive:

Ho scoperto per la prima volta l'enorme lavoro svolto dalle prime sociologhe mentre mi trovavo tra gli scaffali del seminterrato della Regenstein Library dell'Università di Chicago, nel 1975. Avevo di fronte a me, una fila dopo l’altra, dal pavimento al soffitto, dozzine e dozzine di libri sul lavoro femminile, e quasi tutti erano stati scritti prima del 1925. Chi erano queste autrici? Erano sociologhe? Perché ero stata portata a credere che le femministe avessero sollevato simili questioni solo a partire dal 1965 o dal 1970? Iniziai allora a interrogarmi su questi temi, e continuo a farlo ancora oggi. (Deegan 1991, XIII, trad. mia).

“Women in Sociology” (1991) rappresenta uno dei primi tentativi di ricostruire in maniera estensiva il contributo delle donne in sociologia. Il testo presenta 51 scienziate sociali – in maggioranza statunitensi, ma anche 11 europee – descrivendone biografia, temi d’interesse, critiche ricevute e riferimenti bibliografici. In appendice al testo è presente una lista di altre 66 figure, che incoraggia chi legge a proseguire il lavoro di riscoperta.

Le prime donne in sociologia: 4 periodi

Rifacendosi, in particolare, al contesto statunitense, Deegan individua quattro fasi in cui si articola la presenza delle donne in sociologia:

  • L’era della definizione professionale (1840-1890)
  • L’epoca d’oro (1890-1920)
  • Il periodo oscuro dell’ascesa patriarcale (1920-1965)
  • L’epoca contemporanea (1965-1990)

Parlando di pioniere delle scienze sociali, ci interessano soprattutto i primi due periodi.

Il primo periodo: 1840-1890

Il primo, che comprende le donne attive prima del 1890, include figure che, attraverso il loro lavoro, da un lato sostennero la nascita della sociologia come campo di sapere autonomo, dall’altro contribuirono a creare condizioni favorevoli all’ingresso delle donne nel lavoro scientifico e intellettuale, facendo da apripista alle generazioni successive. Una figura centrale di questo periodo è Harriet Martineau (1802-1876). Nota per la traduzione dal francese all’inglese del “Corso di filosofia positiva” di Auguste Comte, Martineau fu anche (soprattutto) una ricercatrice indipendente. All’interno della sua vasta produzione scritta, ricordiamo in particolare gli studi sulla società statunitense – frutto del viaggio in America – che rappresentano un contributo sociologico pionieristico anche dal punto di vista metodologico, pubblicato in un periodo ben precedente a “Il suicidio” di Durkheim.

Alla fase della definizione professionale appartiene anche Flora Tristan (1803-1844). Nata in una famiglia agiata di origine franco-peruviana, si ritrovò in una condizione di marginalità economica e legale dopo la morte del padre, esperienza che segnò profondamente il suo pensiero sociale e politico. Dopo aver pubblicato le proprie osservazioni sulla società peruviana, frutto di due anni di viaggio, Tristan rivolse l’attenzione all’Inghilterra, dove analizzò le condizioni di vita e di lavoro della classe operaia – dalle fabbriche alle abitazioni, fino alle forme di organizzazione e protesta – rivendicando con forza il coinvolgimento delle donne nella lotta per l’emancipazione del proletariato.



Il secondo periodo: 1890-1920

Il secondo periodo è caratterizzato da donne che si avvicinarono alla sociologia con un interesse emancipatorio verso le persone emarginate in generale e le donne in particolare. In un contesto dominato dalla filosofia della separazione delle sfere – secondo cui l’uomo apparteneva allo spazio pubblico e la donna a quello privato – queste scienziate sociali lavorarono spesso in luoghi distinti da quelli maschili, creando reti di solidarietà femminili. Un esempio emblematico è la Hull House, fondata nel 1889 da Jane Addams ed Ellen Gates Starr: un luogo in cui le “tre R” – research, reform e residence, ovvero ricerca, riforma sociale e vita condivisa con le persone discriminate – si intrecciavano profondamente (Rauty, 2017).

Oltre a Jane Addams e alle numerose donne che animarono la Hull House, spiccano nel contesto europeo figure come Beatrice Potter Webb (1858-1943), cofondatrice della London School of Economics insieme al marito Sydney Webb, e Marianne Schnitger Weber (1870-1954). Quest’ultima, spesso ricordata come biografa del marito, fu in realtà a sua volta autrice di testi, in particolare sul ruolo della donna e l’istituzione del matrimonio.

E in Italia?

“Women in Sociology” (1991) rappresenta uno dei primi tentativi sistematici di ricostruire biografie e contributi teorici delle donne in sociologia e, nelle intenzioni dell’autrice, avrebbe dovuto essere superato e reso obsoleto dalla ricerca che avrebbe stimolato. Tale ricerca, tuttavia, progredisce a velocità diverse in diversi Paesi. In ambito anglosassone è piuttosto avanzata, anche a causa del forte impulso della sociologia femminista, in altri contesti non ha ancora ricevuto particolare attenzione. In Italia, il processo di riscoperta del contributo femminile alla sociologia delle origini è agli albori (Santagati et al., 2023). Negli ultimi anni, alcune figure, come Gina Lombroso (1872-1944) ed Elisa Salerno (1873-1957) hanno ricevuto una certa attenzione– si vedano le riedizioni critiche di loro testi pubblicate da Nocenzi (2015) e Noia (2025). Diverse rimangono, tuttavia, le personalità ancora da approfondire da un punto di vista sociologico, a partire da Anna Maria Mozzoni (1837-1920) e Anna Kuliscioff (1857-1925).

In questo breve articolo si è voluto portare l’attenzione su un nodo critico: la teoria sociale che studiamo nelle università riflette le stesse dinamiche di potere che la sociologia si propone di analizzare e mettere in discussione. Nonostante la vocazione emancipatoria, la disciplina non è rimasta immune da meccanismi di esclusione, che hanno contribuito a marginalizzare voci, esperienze e prospettive. La riscoperta del contributo femminile agli studi sociali rappresenta solo una parte di un lavoro più ampio di decostruzione e ricostruzione del canone. Un lavoro necessario, che – includendo punti di vista finora ignorati o silenziati – apre la strada a nuove prospettive, nuovi modi di fare ricerca e nuove interpretazioni della realtà sociale.

Nei prossimi articoli approfondiremo biografia e pensiero di tre donne all’origine della
sociologia: Harriet Martineau, Flora Tristan e Jane Addams… seguici in questa
avventura!

Cecilia Cornaggia
[Questo articolo è stato scritto nell’ambito del progetto UNICATT Gendering Sociology (IG: @gendering.sociology)]

Riferimenti