“È ben difficile, in geografia come in morale, capire il mondo senza uscire di casa propria” -Voltaire-

Attualmente, in base a tempo libero e possibilità economiche, viaggiare è una consuetudine per molti, o meglio, per chi può permetterselo. In passato non era così. Come e quando il viaggio ha acquisito rilevanza nell’organizzazione del tempo libero? Tra Settecento ed Ottocento, in Gran Bretagna, si diffuse l’uso di andare al mare, grazie alle prescrizioni mediche per curare malinconia e depressione, il famoso “spleen” decantato da Baudelaire. Ovviamente era una prerogativa dei ricchi. In Italia, gli anni ’50 e ’60 del Novecento consacrano il popolo in veste vacanziera, essenzialmente per merito di due fattori: il boom economico (o miracolo economico) ed il diritto alle ferie retribuite proclamato dall’articolo 36 della Costituzione. In quel periodo, la vacanza rappresentava una conquista socio-culturale, personale e familiare (i nuclei si spostavano in massa).

Questione di tempo

Giorno e notte, week-end, settimane, mesi: sono solo alcune classificazioni che permettono alle persone di scandire ed impostare l’esistenza. Dal punto di vista sociologico, come definire tempo e viaggio? Il tempo è un’istituzione sociale e culturale, è un coordinatore dell’attività umana (Gasparini, 1994). Il sistema di produzione capitalistico ha determinato le dicotomie tempo di lavoro/tempo extra-lavorativo e tempo individuale/tempo collettivo. Ogni società tende a costruire quadri temporali che infondono senso alla quotidianità ed ai sistemi sociali (Belloni, 1986), così come gli individui utilizzano strategie per gestire i propri momenti.  Esiste un tempo fisico-naturale scandito da ritmi biologici ed astronomici; altresì esiste il tempo deformato socialmente, strutturato dalle società in base a regole, orientamenti, modi di produzione, valori, bisogni dei gruppi (Gasparini, 1990; 1994). Nella cultura occidentale, il tempo si correla a cinque tipi di concezione (D’Addante, 2011): 1) quantitativa; 2) efficientistica (mercificazione del tempo); 3) valorizzazione della velocità; 4) programmazione; 5) flessibilità. Secondo Bauman (2008), il tempo collocato all’interno della modernità liquida non poteva che essere puntillistico, caratterizzato da frammentazione, moltitudine ed istantaneità. A parere del sociologo Domenico De Masi (2000), le persone stanno seguendo la direzione di una società non più fondata sul lavoro, ma sulle attività del tempo libero.

Un turismo interculturale

Il viaggio è una categoria storico-culturale. Richiama i concetti di libertà ed alterità rispetto al punto di partenza. Lo spostarsi svolge una funzione di rottura della routine intesa, secondo Anthony Giddens (1990), come parte integrante sia della continuità del soggetto a percorrere le attività quotidiane, sia delle istituzioni. L’industria turistica trasforma ambienti, paesaggi, risorse naturali, cultura materiale ed immateriale di un determinato contesto (Sgroi, 1988). Potenzialmente ogni luogo può divenire attrazione turistica: non solo città d’arte, zone marittime, montane e lacustri: le piccole realtà locali, infatti, conquistano sempre più visibilità in contrapposizione al fenomeno della globalizzazione (Savelli, 2008; 2011). Quando  avviene una contaminazione tra comunità locali e comunità globali, si parla di turismo interculturale. Le motivazioni che inducono a compiere un viaggio sono molteplici: relax, svago, affari, motivi religiosi, interessi culturali (Toscano, 1999).

Quali funzioni assolve il turismo?

Ecco le principali (Dalla Chiesa, 1980):

1) compensativa, contro le fatiche del lavoro e ciò che manca nei luoghi abituali in cui si vive;
2) alternativa, ossia di riposo, di svago;
3) simbolica, tutti si spostano, non solo gli appartenenti ad un’élite, perciò si attua un passaggio verso la parità sociale.

Aggiungo un’ulteriore implicazione rappresentata dall’uso dei social media: mediante la condivisione di fotografie dei luoghi visitati, il soggetto permette la visualizzazione ad un pubblico virtuale/reale, riducendo le distanze, fornendo informazioni e stimoli. Inoltre vi sono due teorie basate sull’autenticità e sull’inautenticità del viaggio: da un lato, il turismo di massa equivale ad una standardizzazione culturale destinata a semplici consumatori (esperienza inautentica) (Boorstin 1964; Ritzer e Liska, 1999; Coleman e Crang, 2002); dall’altro, all’opposto, il distacco dalla quotidianità determina un’esperienza autentica (McCannell, 1973) in cui il turista-viaggiatore attribuisce importanza al vissuto soggettivo, in tutto ciò che sperimenta direttamente attraverso la performance del suo itinerario (Savelli, 2011). Viaggi, turismo e cultura s’intersecano in maniera continua, generando nuovi stili di vita ed abitudini; infatti viaggiare comporta la mobilitazione di persone, oggetti materiali (ad esempio, valigie, animali, mezzi di trasporto, cibi, abiti, ecc.) ed immateriali (immagini, ideologie, convinzioni religiose, interrelazioni tra visitatori ed ospiti, ecc.), generando un movimento pluristratificato (Sheller e Urry, 2004) costantemente in evoluzione.

Arianna Caccia

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