L’attenzione mediatica e televisiva rivolta ai casi di violenza sulle donne e ai femminicidi è altissima dopo l’ennesimo caso di cronaca nera che ha visto coinvolto il ritrovamento del cadavere di Giulia Cecchettin, deceduta per mano del suo ex fidanzato Filippo Turetta.

Drammatica è stata la consapevolezza pubblica che Giulia fosse morta ancor prima che il cadavere venisse rinvenuto, a conferma che nella società in cui viviamo oggi si sia ormainormalizzato” il nesso causale tale per cui se una donna scompare o\e muore nella maggior parte dei casi questo avverrà per mano di un fidanzato o ex fidanzato violento. Forse è stata proprio questa amara consapevolezza che ha smosso nell’opinione pubblica sentimenti di rabbia e protesta, che stanno dando vita a numerose manifestazioni in tutta Italia.

La violenza di genere si conferma un fenomeno sistematico in cui il femminicidio ne è la manifestazione più estrema e nella quasi totalità delle violenze sulle donne il reo è uomo e la vittima è donna. Da questo dato si evince una preoccupante connotazione culturale del fenomeno che pone le sue origini nella cultura patriarcale.

Indice

Il consolidamento della cultura patriarcale nel capitalismo

Premettendo che diversi studiosi fanno risalire le origini del patriarcato alla mitologia antica e che è molto complesso stabilire una precisa data di origine del fenomeno, ho trovato molto interessante il libro “Calibano e la strega: le donne il corpo e l’accumulazione originaria” di Silvia Federici, la quale ha condotto una profonda ricerca al fine di poter comprendere i mutamenti del patriarcato nel momento di transizione tra il feudalesimo e il capitalismo. Un libro che, a mio avviso, sarebbe da leggere insieme al “Il capitale” di Marx per avere una concezione del fenomeno più approfondita.

Federici analizza la divisione del lavoro sessualizzato avvenuta nel XVI secolo, dove le donne venivano demansionate dai ruoli lavorativi che prima svolgevano e ridefinite come figlie, mogli e madri. In questo scenario agli uomini continuava a essere riconosciuto sia un pieno accesso al lavoro, anche a quello che prima apparteneva alle donne, sia un potere in termine di possesso rispetto al corpo di queste ultime. Così le donne, che già vivevano in un ambiente che non aveva mai eguagliato i rapporti di potere uomo-donna, “persero tutto”, persino la facoltà di decidere quando riprodursi. In tal senso il corpo femminile venne classificato come un “bene comune” (Federici, 2004 p.140) finalizzato alla procreazione che avveniva secondo le volontà dell’uomo.  

 “Il corpo femminile fu trasformato in mezzo di riproduzione e accrescimento della forza-lavoro, trattato come una macchina per procreare, funzionante secondo ritmi che sarebbero sfuggiti al controllo delle donne.” (Federici, 2004 p.129).

Violenza sulle donne non solo fisica ma anche “di sistema”

Dal XVII secolo si cominciò a diffondere l’obbligo che la donna dovesse svolgere un lavoro esclusivamente casalingo al fine di aiutare il marito, ragione per cui la figura femminile venne ancora ampiamente dequalificata perdendo definitivamente ogni forma di indipendenza economica. Furono questi gli anni in cui il matrimonio iniziò a essere considerato come l’unica possibile aspirazione a cui la donna poteva ambire con la repressione di tutti i tentativi in cui una donna decideva di lavorare allontanandola dal villaggio in cui viveva. Per le donne questo periodo storico rappresentò una sconfitta senza precedenti, perché l’espulsione dal mondo del lavoro non solo le declassificò a donne riproduttrici, ma le mise anche in una situazione di dipendenza economica dagli uomini.

In questo contesto sociale si avviò un cambiamento culturale che massimizzò le differenze di genere e che punì le donne disobbedienti all’autorità patriarcale. In riferimento a ciò, Federici ci ricorda che nel periodo elisabettiano e giacobita la letteratura inglese traboccava di questi temi. Famosissima, per esempio, l’opera “La bisbetica domata” di Shakespeare, la quale segnò un’epoca. Sempre in questo periodo vennero ulteriormente inserite anche delle tecniche di tortura, per punire le donne ribelli. Per esempio, alle donne “bisbetiche” veniva messa una briglia, ovverosia una specie di museruola alla quale era attaccato un guinzaglio con cui venivano portate in giro per la città.

Nel XVIII secolo, dopo due secoli di rivolte femminili represse e di caccia alle streghe, emerse un nuovo modello di femminilità: quello della donna sessualmente pura, obbediente e contenta di svolgere il suo “lavoro” di mamma e casalinga (Federici, 2004, p.149). Un modello di femminilità che è rimasto vivente fino alla fine del XVIII secolo circa, quando cominciarono a sorgere i primi movimenti femministi.

Alcune date che segnano le prime vittorie italiane contro il patriarcato

Se pensiamo alle conquiste di libertà ottenute dalle donne in Italia, possiamo osservare come queste siano tutto sommato molto recenti. Solo nel 1956 viene abolito lo “ius corrigendi”, ovverosia il diritto che l’uomo poteva esercitare per “correggere ed educare” una donna e i figli, anche avvalendosi dell’uso della forza. Nel 1971 è stata introdotta la pillola anticoncezionale che ha permesso alla donna di essere attivamente responsabile della contraccezione. Invero, già nel Medioevo le donne usavano dei mezzi di contraccezione che permetteva loro di avere un controllo quasi assoluto sulla maternità, ma tra il XVI e il XVII secolo si diffusero in gran parte d’Europa legislazioni atte a rendere illegale l’uso dei contraccettivi e, conseguentemente, a proibire alle donne la possibilità di decidere liberamente quando avere figli.

Inoltre, fino al 1975 in Italia esisteva la “patria potestà” che riconosceva al solo padreil diritto e il dovere di mantenere e istruire i figli minorenni e che fino al 1981 esistevano anche il matrimonio riparatore e il delitto d’onore.

La violenza sulle donne come reato contro la morale

Nel 1996, quindi solo 27 anni fa, la violenza sessuale era considerata un reato contro la morale pubblica e il buon costume e non ancora un delitto contro la libertà personale. Solo ne 2009 lo stalkingè stato riconosciuto come reato, con l’intervento del D.L. n. 11 del 23 febbraio 2009 convertito in Legge n. 38 del 23 aprile 2009 che ha introdotto nel Codice penale il delitto di atti persecutori, previsto e punito dall’art. 612 bis c.p. e, solo nel 2019, l’art. 10 della legge n.69 del 19/07/2019  ha inserito nel codice penale il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, meglio noto come revenge porn, previsto e punito dall’art. 612 ter del c.p.

Violenze sulle donne -> approfondisci con questo articolo

Da questo breve excursus storico, che segna solo alcune vittorie normative in tema di uguaglianza di genere, è chiaro che le battaglie per la parità dei diritti femminili siano state essenziale ma che queste sono solo l’inizio di una rivoluzione culturale volta a sradicare completamente la cultura patriarcale e del possesso.

Le leggi non bastano a contrastare la violenza sulle donne.

Inasprire le pene contro la violenza di genere è importante, così come un pronto intervento delle forze dell’ordine quando una donna chiede aiuto o vuole denunciare. Per questo motivo risulta essenziale che tutti gli operatori di polizia siano adeguatamente formati al fine di accogliere le denunce da parte delle vittime, senza causare in loro sensi di colpa o forme di vittimizzazione secondaria (di cui parlerò approfonditamente in un altro articolo).

Le manovre preventive si dimostrano sempre le più efficaci, quindi così come in campo medico è essenziale effettuare screening periodici al fine di ridurre il rischio di decesso per malattie gravi, anche la violenza sulle donne non dovrebbe più essere affrontata in una mera ottica emergenziale che si concentra solo sull’inasprimento della pena nel momento in cui il fatto è stato commesso. In tal senso potrebbe portare dei buoni risultati longitudinali una sistematica educazione affettiva, svolta sia nelle scuole con gli studenti che in centri specializzati con genitori, famiglie, coppie single e fidanzati di ogni età.  

Come ognuno di noi, nel suo piccolo, può contrastare la cultura del possesso patriarcale

Non restiamo indifferenti.

Credo che prima di tutto servirebbe una presa di coscienza collettiva che consenta di riconoscere che il patriarcato esiste ancora e che tutti ne facciamo parte, chi più chi meno.

Solo acquisendo la consapevolezza che molte azioni che intraprendiamo, pensieri che facciamo e cose che diciamo sono il sintomo di una cultura che ha radici secolari nell’ideologia del possesso, nella disparità di genere, di orientamento sessuale, di etnia, potremmo porre le basi per sradicarla.

Fino a quando invece continueremo a negarle l’evidenza, fino a quando resteremo fermi nelle nostre convenzioni, fino a quando la rigidità di pensiero avrà il sopravvento sulla flessibilità di pensiero, fino a quando non troveremo il coraggio di pensare che ‘forse questo comportamento poi tanto giusto non è’ allora rimarremo fermi qui.

E le manifestazioni che faremo, per quanto rumore potranno fare, correranno il rischio di dissolversi come nuvole dopo una tempesta.

Sara La Fragola

Bibliografia

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