Walter Bendix Schöenflies Benjamin (Berlino 1892) è stato uno scrittore, un filosofo, un critico letterario, un sociologo e traduttore tedesco. Dopo il suo tragico suicidio nel 1940, la reputazione e l’importanza di Benjamin come teorico e critico sono cresciute a un punto tale per cui oggi si può parlare di una vera e propria “industria Benjamin”.

Walter Benjamin: studi e impostazione teorica

Walter Benjamin ha condotto e pubblicato diverse ricerche e lavori di sociologia urbana, la più ambiziosa (forse) delle sue ricerche, Das Passagenwerk, tradotta in italiano con il titolo, I Passages di Parigi, fu ricavata dalle note dell’autore e pubblicata postuma (opera incompiuta).

La mancanza di una tesi riconoscibile o di una spiegazione razionale, che potrebbe dare ragione del perché i passages (le gallerie commerciali) parigini meritino un’analisi così esauriente, rende difficile catalogare il metodo e la prospettiva di Benjamin.

Apparteneva alla tradizione filosofica di Hegel e Marx, quella dell’idealismo, e benché la sua critica dialettica si differenziasse in maniera importante dai marxisti contemporanei, essa lo colloca in una posizione distinta rispetto ai sociologi empirici.

Si trovava impegnato in un dialogo filosofico sulla natura di verità, moralità e condizione umana, avendo come interlocutori Kant e Nietzsche. Egli trovava nella città metropolitana uno stimolo particolarmente importante per le proprie riflessioni sulla natura dell’esperienza umana. Le immagini della città di Napoli

La Napoli di Benjamin nel 1925

Nel 1925, sulle pagine del “Frankfurter Zeitung” viene pubblicato un saggio su Napoli che Walter Benjamin scrisse con Asja Lacis. È qui che emergono diversi temi presenti nei successivi scritti di Benjamin, ad esempio l’interesse per la difficoltà di insediamento del viaggiatore nel mondo chiuso dei quartieri popolari che Napoli evoca così fortemente.

Nel saggio, tratta il tema della porosità dei palazzi e degli ingressi pubblici e privati che accedono a cortili, gallerie di negozi e scalinate. È affascinato dal continuo mutare dell’ambiente urbano, dove si evita ciò che è definitivo, formato.

“Nessuna situazione appare come essa è, pensata per sempre, nessuna forma dichiara il suo così e non diversamente”. [ibidem,39]

Crateri che sputano fumo da ogni dove, distese gialle di tufo e, la pietra porosa sulla quale si eleva la città. La natura di questo territorio è in continua evoluzione, libera e atomica. Allo stesso modo, descrive anche una fragilità nella natura stessa di Napoli, che si sorregge sul tufo, pietra fragile e porosa, quasi in modo contraddittorio.

Una descrizione molto discussa…

“Diffusa, porosa, disseminata è la vita privata. […] L’esistenza, che per i nordeuropei è la più intima delle faccende, qui a Napoli diventa un fatto collettivo. Come il kraal africano dove le azioni e i comportamenti privati sono inondati da flussi di vita quotidiana […] Cosi la casa per i napoletani non è tanto il rifugio in cui gli uomini si ritirano, ma un serbatoio da cui senza sosta si riversano all’esterno.”

La porosità non si incontra soltanto con l’indolenza dell’artigiano meridionale, ma soprattutto con la passione per l’improvvisazione, a questa in ogni caso vanno lasciati spazio e occasioni.” [ibidem 40]
A questa visione della società napoletana va contrapposta un’osservazione più importante per la quale a Napoli i cantieri vengono usati come teatro popolare. Tutti si dividono in un’infinità di ribalte animate simultaneamente. Tutto è, insieme, palcoscenico e platea.

Una “Napoli contadina” per Walter Benjamin

“La porosità è la legge che questa vita inesauribilmente fa riscoprire. Un grano di domenica è nascosto in ogni giorno della settimana, e quanto del giorno feriale vi è in questa domenica!” [ibidem,41]

La necessità economica fa virtù di questa forzata socializzazione in quanto la miseria ha provocato una dilatazione dei confini che è l’immagine speculare della libertà di spirito.
Il sonno e i pasti non hanno orario, spesso neanche un luogo.

Benjamin non sembra dare particolarmente peso a clima, topografia o geografia.
Perciò, secondo Benjamin, Mosca assomiglia a Napoli più di quanto Berlino assomigli alla città partenopea, perché la loro cultura della strada e il comportamento collettivo si avvicinano di più alle società contadine che all’atmosfera che aleggia per le strade di Berlino.

Le separazioni tra spazio pubblico e privato sono così nette e distinte solo nelle città interamente borghesi. Nella città proletaria, personale e privato si intrecciano con la fantasia e l’improvvisazione fuori dalle regole, cosicché strade e marciapiedi vengono segnati dalle consuetudini popolari dei loro habitués. Le immagini di città sono esercizi di sguardo, modalità attraverso cui poter cogliere i dettagli e le molteplici temporalità che attraversano lo spazio urbano.

Il testo I Passages di Parigi

Ne i Passages di Parigi, le note preparatorie di Benjamin sembrano all’inizio un casuale collage di temi sotto i quali vengono raggruppate lunghe citazioni scelte da una vasta bibliografia di trattati storici, letterari, scientifici e giornalistici, riguardanti diversi fenomeni urbani.

In tutto c’erano trentasei fascicoli su temi diversi relativi alla vita cittadina, alcuni si riferivano a temi sociopsicologici (come la figura del flâneur, i movimenti sociali, l’ozio, la noia), ad istituzioni (la Borsa, l’Ecole Polytechnique) o a caratteristiche fisiche (la Senna, le ferrovie, le strade di Parigi) ed alla percezione (specchi, sistemi di illuminazione).

I temi proposti comprendono di tutto, da “Comodità e difficoltà (tabacchi, cassette da lettera, billets,etc.)”, a “ Tipi di cocottes”, a “La domenica della povera gente”, “The nel bois” e “Labirinto grande e piccolo di Parigi”.

Queste gallerie commerciali divennero gli elementi ricorrenti del suo impegno critico verso i problemi della modernità in tutti i suoi aspetti.

Immagini dialettiche

La capacità di Benjamin è quella di cogliere gli elementi della città moderna come segni di una contemporaneità in atto: i passages, il flâneur, le strade, i panorami, la fotografia, le riproduzioni, la moda, la pubblicità, l’art nouveau…sono tutte “immagini della storia”, immagini dialettiche di una contemporaneità che si sta formando. Il movimento dialettico del pensiero benjaminiano è tutto in questo rapporto tra l’esterno, ovvero le immagini e gli oggetti che la città proietta di sé stessa e, il formarsi della modernità nel XIX secolo che rappresenta l’interno.

Il mondo di interno/esterno del labirinto fiocamente illuminato contribuiva a creare, per Benjamin, un universo di possibilità e trasgressioni che solo la moderna metropoli poteva offrire.
La comparsa dei Passages, strutture imponenti ricoperte di ferro e vetro, spazi dedicati ai cafè e gallerie di negozi, esprime la nascita della civiltà di massa che inaugura la nostra epoca.

La figura del flâneur

In Konvolut M, dedicato alla figura del flâneur, descrive non solo un uomo (la forma al maschile del nome è significativa in francese) dotato di mezzi per potersi regalare il tempo di stare a guardare, come in uno spettacolo, la Société du cafè, ma è qualcosa di più simile a un pellegrino laico, un uomo in cerca delle verità profane in un universo spazio- temporale che è stato calpestato da una umanità resa distratta e incapace di vedere le nascoste meraviglie della metropoli.

Il flâneur va alla ricerca del “tempo scomparso”. Vi è immerso, ma non fa parte della folla dove ogni volto porta la maschera dell’anonimato, come in una “carnevalata nello spazio”. Il punto è che i confini della città sono per lo più invisibili, ed è solo il profano che vede la metropoli come totalità informe e indifferenziata.

Flanerie è anche una funzione della nostalgia, o piuttosto di una estetica rimembranza di tempi, sensazioni, paesaggi perduti. Noi continuiamo a ritornare infinite volte alla città, in cerca di quella vera esperienza che continua a sfuggirci, e così, essendo incapaci di abbracciare la metropoli nella sua profonda totalità, ci rifuggiamo nel paesaggio della memoria.

La memoria e il presente

Walter Benjamin condivideva con Proust una fascinazione per le possibilità di riscatto ed emancipazione che sono insite nella memoria, allorquando questa ci permette di recuperare dal nostro passato una comprensione di quelle emozioni e percezioni che a quel tempo sfuggivano.

Per Benjamin memoria significa ri-costruzione di impressioni attinte da un’esperienza frammentaria e dispersa nella forma di una narrazione dotata di significato, che tenta, seppur in modo sempre imperfetto, di assumere le dimensioni di una totalità sociale e psicologica. Questo lavoro di esegesi, o rivelazione, fa spesso appello ad elementi inconsci, come pure agli aspetti mitici dello sviluppo umano.

Allo stesso tempo, però, egli sentì il bisogno di collegarsi alle rivendicazioni più rigorose e “scientifiche” della teoria critica e del materialismo storico. In questo caso, si potrebbe sostenere che Benjamin sia stato una sorta di teologo secolare che vide sé stesso impegnato nella missione di interpretare e spiegare le essenze trascendentali e contraddittorie della “città totale”.

Il materialismo storico di Walter Benjamin

Il materialismo storico di Walter Benjamin viene spesso descritto come “antistoricistico” ciò significa che rifiuta l’idea di una spiegazione del passato basata solo sul passato, perché la storia viene sempre vista attraverso gli occhi del presente.

Come vasti depositi viventi del passato le città ci forniscono quotidianamente le macerie archeologiche di questo “progresso”, ma Benjamin ci spinge a confrontarci con la storia non come luogo del “tempo omogeneo e vuoto, ma quello pieno di attualità”.

Pertanto, l’immaginario urbano di Benjamin rifiuta le teorie sullo sviluppo urbano che leggono la storia come progresso, mentre allo stesso tempo rivendica un ruolo di forte presenza dell’immaginazione soggettiva e della memoria nella costruzione sociale della vita urbana.

Esposito Rosaria Annarita

Riferimenti:

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