Insieme a Jacques Lacan è uno degli autori più “difficili” da leggere tra gli psicanalisti. Insieme a lui, è uno di quelli che hanno rivoluzionato la disciplina. Stiamo parlando di Wilfred Ruprecht Bion, psicanalista britannico. Diversamente da Lacan, scoperto e celebrato dall’universo culturale extra-analitico, è quasi totalmente sconosciuto al di fuori degli addetti ai lavori. A torto. L’interesse “bioniano” per l’esperienza che precede l’insorgere dell’attività del “pensare” lo avvicina molto alle pratiche di soggettivazione zen e theravada che, tra le altre, e secondo modalità non coincidenti, mirano allo sviluppo di “quell’occhio interiore” (per citare il recente Battiato) capace di “osservare” i pensieri nel loro “darsi”. “Pensieri senza pensatore” è una delle affermazioni più famose di Bion e rimanda all’idea secondo la quale i pensieri, quelli riguardanti la verità, la cosa in sé, l’assoluto – che indica col segno “O” – preesistono al pensatore e sono da lui indipendenti.

La funzione alfa

Concetto chiave nella “teoria della crescita del pensiero” elaborata da W.R. Bion. Secondo questo autore, il pensiero può evolvere solo a condizione che l’apparato psichico elabori, o metabolizzi, le impressioni sensoriali delle esperienze emotive che si manifestano nell’individuo in ogni situazione. Queste impressioni grezze, chiamate da Bion elementi beta, si originano sul piano della sensorialità e dell’emotività e sono destinate a rimanere su tale piano se non vengono metabolizzate, cioè “depurate” delle loro caratteristiche di oggetti sensibili. Caratteristiche degli elementi beta sono tali da renderli adeguati non per le operazioni di pensiero, ma solamente per l'”evacuazione” dall’apparato psichico. La funzione alfa ha proprio il compito di eliminare i residui oggettuali degli elementi beta rendendoli così disponibili per un pensiero che sia orientato verso la modificazione della realtà. Una volta che gli elementi beta sono pervenuti a coscienza, la funzione alfa li trasforma in quelli che Bion chiama elementi alfa, vale a dire elementi psichici che hanno caratteristiche tali da poter essere utilizzati sia come pensieri del sogno che come pensieri di veglia. L’importanza della funzione alfa per la “crescita del pensiero” è data dalla possibilità di produrre e “depositare” elementi alfa in modo da formare una separazione del conscio dall’inconscio tale  cui possono venire evitate le ingerenze del secondo sul primo modo di pensare.

La funzione della personalità

La funzione alfa viene concepita come una “funzione” della personalità, vale a dire come un movimento psichico che, da una parte, risulta dall’operare simultaneo di più fattori e che, da un’altra, è rivolta verso un fine. Il fine, come già detto, è la costituzione di un apparato psichico che agisce sotto il dominio del principio di realtà, e che è quindi capace di discriminare le percezioni provenienti dal mondo interno da quelle che, invece, originano da quello esterno, al fine di modificare quest’ultimo. I fattori fondamentali della funzione alfa vengono rintracciati nella rêverie materna e nella configurazione contenitore-contenuto (♀♂). La funzione alfa si sviluppa nella relazione di rêverie che il bambino ha con la madre nei primi anni di vita: la sua incapacità di discriminare le sensazioni lo porta a proiettare i contenuti angoscianti, mediante identificazione proiettiva, nella madre, la quale li accoglie, li “depura” degli aspetti angoscianti, e li restituisce al bambino. In questa situazione la madre-contenitore (♀), assieme alle sensazioni angoscianti depurate (vale a dire i contenuti ♂) proiettate dal bambino, restituisce anche la capacità di poter agire in futuro su questi contenuti in maniera autonoma: la funzione alfa.

Elementi beta

Nella teoria della crescita del pensiero di Bion gli elementi beta sono i costituenti originari di quelli che saranno poi i pensieri. Essi sono definiti come “le impressioni sensoriali delle esperienze emotive”, vale a dire, qualsiasi movimento emotivo e sensoriale che si origina nel soggetto quando questo è a contatto con la realtà esterna e interna, sia nello stato di sonno che in quello di veglia. Al fine di ottenere una conoscenza della realtà e di attuare verso di essa un atteggiamento adattivo, gli elementi beta devono passare attraverso la funzione alfa, che li metabolizza, trasformandoli in elementi alfa, vale a dire elementi mentali capaci di rappresentare e simbolizzare la realtà che in tal modo diviene “mentalmente manipolabile”. Prima di ciò, gli elementi beta si configurano come “fatti indigeriti”, come esperienze senza significato, se non quello che di fatto hanno e quindi incapaci di apportare conoscenza. Essi sono paragonati da Bion alla “cosa in sé” kantiana, incapaci di “legarsi” tra loro per formare immagini e rappresentazioni dello stato delle cose inerenti al mondo esterno o interno, ma aventi l’unico destino dell’evacuazione, mediante gli acting out e l’identificazione proiettiva. A differenza dei loro corrispettivi elementi “metabolizzati” (gli elementi alfa), infatti, essi non possono condensarsi insieme per formare quella struttura dell’apparato mentale chiamata “barriera di contatto”, indispensabile per evitare l’ingerenza dell’inconscio nel conscio, e lasciano quindi il soggetto nella condizione mentale di chi non esperisce la realtà come “fenomeno”, in senso kantiano, bensì come “noumeno”, dove le cose hanno il significato delle parole e le parole il significato delle cose. Data la loro incapacità di “legarsi”, queste esperienze grezze si agglomerano nella psiche, andando a formare lo “schermo beta”, che ha la funzione di evacuare gli elementi beta, esperiti come fatti indigeriti, essendo essi il risultato, non della simbolizzazione delle esperienze del soggetto nei confronti della percezione della realtà, bensì della loro de-simbolizzazione.

Gianni Broggi

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