Nell’epoca dello smartphone sempre acceso e delle notifiche che non conoscono weekend né vacanze, il confine tra lavoro e vita privata è diventato poroso. Sempre più persone continuano a “portarsi l’ufficio in tasca”, controllando e-mail di notte o rispondendo a messaggi di lavoro durante la cena. Questo fenomeno, noto come workaholism, non è semplice passione per la professione: è una forma di dipendenza che intreccia aspetti psicologici e dinamiche sociali, con conseguenze importanti per il benessere individuale e collettivo.

Il profilo del “workaholic”

Gli studiosi lo definiscono come una condizione caratterizzata da:

  • compulsività: l’impulso incontrollabile a lavorare sempre di più;
  • perfezionismo: l’ansia di controllo che spinge a non staccare mai;
  • competizione identitaria: il bisogno di rafforzare la propria carriera a scapito di altre sfere di vita.

A differenza dell’engagement – l’entusiasmo sano verso la propria attività – il workaholism non genera soddisfazione ma esaurimento, insonnia, isolamento sociale e, nei casi estremi, può condurre al burnout o persino a esiti tragici come il karoshi in Giappone.

Psicologia e sociologia del Workaholism: un nodo comune

Il workaholism non nasce solo da tratti di personalità (come il narcisismo o la personalità di tipo A). È anche un prodotto del contesto organizzativo e culturale:

  • sistemi di incentivi basati unicamente sulla produttività,
  • ambienti ipercompetitivi,
  • una cultura aziendale che glorifica la disponibilità senza limiti.

Qui si innesta la sociologia del lavoro: la dipendenza dal lavoro non riguarda solo la psiche del singolo, ma riflette l’evoluzione di un modello produttivo che ha reso la prestazione lavorativa il fulcro dell’identità sociale. La logica neoliberista dell’“homo faber” trasforma il lavoratore in un capitale umano da valorizzare incessantemente, premiando chi sacrifica tempo personale e relazioni private. In questo senso, il workaholism è anche un fenomeno collettivo, sintomo di un sistema che spinge verso l’iper-lavoro.

I rischi invisibili e il prezzo sociale

Se nel breve periodo il workaholic può apparire “il dipendente ideale”, sul lungo termine i rischi si moltiplicano:

  • calo della produttività reale,
  • danni psicofisici (insonnia, cefalee, stress cronico),
  • deterioramento dei rapporti familiari e sociali,
  • contagio culturale all’interno delle organizzazioni, dove il “clima da straordinari” diventa norma.

Sul piano sociologico, questo produce un effetto domino: relazioni più fragili, minor partecipazione comunitaria e un’erosione del contratto psicologico tra lavoratore e organizzazione. In altre parole, si logora la fiducia reciproca che sostiene la vita lavorativa e sociale.

Quali soluzioni per il Workaholism?

La ricerca suggerisce due strade: da un lato interventi individuali, come promuovere pratiche di autoriflessione e supporto psicologico per riconoscere e contenere i segnali della dipendenza; dall’altra, agire sulla responsabilità organizzativa e sociale, ossia rivedere i sistemi di valutazione, limitare gli straordinari, favorire politiche di work-life balance e diffondere una cultura del lavoro sostenibile.

Ma adesso proviamo a immaginare tre scene quotidiane per capire meglio.

Un manager risponde alle e-mail alle due di notte, convinto che la sua dedizione gli garantirà la prossima promozione. Un freelance, temendo di perdere clienti, accetta ogni incarico, anche a scapito dei weekend in famiglia. Una giovane neolaureata, entrata da poco in un’azienda molto competitiva, si sente in colpa se non resta in ufficio fino a tardi, perché “tutti fanno così”.

Tre storie diverse, un unico filo rosso: la trasformazione del lavoro in dipendenza. Ma se il problema si manifesta su scala individuale, la soluzione non può che essere collettiva.

  • Per i singoli, serve coltivare pratiche di “igiene lavorativa”: staccare le notifiche fuori orario, dedicarsi a hobby non legati alla carriera, imparare a dire no. Piccoli atti di resistenza che ricostruiscono i confini tra lavoro e vita.
  • Per le organizzazioni, è cruciale ripensare i sistemi di valutazione: premiare non solo la quantità di ore ma anche la qualità dei risultati, sostenere politiche di flessibilità e favorire spazi di socialità extra-lavorativa.
  • Per la società, la sfida è culturale: rompere il mito del lavoratore instancabile come modello di successo e riconoscere valore anche al tempo libero, alla cura, al riposo.

Il workaholism non è dunque una patologia privata, ma uno specchio dei nostri assetti sociali ed economici. La vera domanda non è “come smettere di lavorare troppo”, ma che tipo di società vogliamo costruire: una fondata sulla prestazione continua, o una che sappia riconoscere la dignità del limite e la ricchezza della vita oltre il lavoro.

Riferimenti

  • Balducci, C., Avanzi, L. e Fraccaroli, F. (2018) The individual «costs» of workaholism: An analysis based on multisource and prospective data, in «Journal of Management», 44(7), pp. 2961-2986, https://doi.org/10.1177/0149206316658348.
  • Akutsu, S., Katsumura, F. e Yamamoto, S. (2022) The antecedents and consequences of workaholism: Findings from the modern japanese labor market, in «Frontiers in Psychology», 13, 812821, pp. 1-15.