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	<title>delocalizzazione Archivi - Sociologicamente</title>
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	<description>Fatti sociali, Sociologia, Informazione</description>
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		<title>Come trovare un lavoro oggi</title>
		<link>https://sociologicamente.it/come-trovare-un-lavoro-oggi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Filomena Oronzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Mar 2018 11:03:26 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si parla di lavoro non si può non menzionare il primo articolo della Costituzione Italiana: &#8220;L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro&#8220;. Ciò ci fa capire quanto il lavoro sia importante per ogni individuo e di conseguenza per la società stessa. È un tema centrale nella&#160;costituzione dell&#8217;identità&#160;di ogni soggetto in quanto un individuo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Quando si parla di <strong>lavoro</strong> non si può non menzionare il primo articolo della Costituzione Italiana: &#8220;<em>L&#8217;Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro</em>&#8220;. Ciò ci fa capire quanto il lavoro sia importante per ogni individuo e di conseguenza per la società stessa. È un tema centrale nella&nbsp;<strong>costituzione dell&#8217;identità</strong>&nbsp;di ogni soggetto in quanto un individuo che lavora si sente più appagato e può considerarsi alle volte soddisfatto pienamente se è appagato anche nella sfera affettiva. Ma se volessimo dare una definizione al concetto di lavoro, come potremmo interpretarlo? Per&nbsp;lavoro&nbsp;possiamo intendere qualsiasi attività, <strong>fisica</strong> o <strong>intellettuale</strong>, che un individuo compie dietro un <strong>corrispettivo economico</strong>, per soddisfare <strong>esigenze</strong> e <strong>bisogni primari</strong>. Prima di arrivare ad avere un lavoro però vi è una trafila di cose da fare e da prendere in considerazione: un titolo di studio, cosa il mercato del lavoro offre e quindi se è attinente o meno al percorso formativo di ogni individuo e quanto siamo disposti ad apprendere e fare esperienza prima di ritenerci del tutto soddisfatti. Ovviamente non è una cosa facile cercare un lavoro, soprattutto in un momento molto delicato come quello in cui versa da un po&#8217; di anni l&#8217;Italia dal punto di vista economico e del mondo del lavoro. Vediamo più nel dettaglio di analizzare almeno tre argomenti correlati al mondo del lavoro per cercare di capire un po&#8217; come vanno le cose: in primis analizzeremo la <strong>situazione del mercato del lavoro</strong>, cosa offre e &#8220;come&#8221; ripaga determinati ruoli; introdurremo i <strong>&#8220;nuovi&#8221; lavori e i &#8220;nuovi&#8221; contratti</strong>; infine parleremo del <strong>tasso di disoccupazione/inoccupazione</strong> e degli <strong>inattivi</strong> in relazione ai lavori odierni.</p>
<h2>Cosa si intende per mercato del lavoro?</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3-1.png"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-5309" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3-1.png" alt="" width="441" height="246" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3-1.png 720w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3-1-300x167.png 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3-1-696x388.png 696w" sizes="(max-width: 441px) 100vw, 441px" /></a>Con l&#8217;espressione &#8220;<strong>mercato del lavoro</strong>&#8221; si indica&nbsp;l&#8217;insieme di quei meccanismi che regolano l&#8217;incontro tra i posti di lavoro vacanti e le persone in cerca di occupazione che sottostanno alla formazione dei salari pagati dai datori di lavoro. Il lavoro, d&#8217;altro canto, può essere considerato un<strong>&nbsp;diritto-dovere</strong>&nbsp;per ogni soggetto. Da un punto di vista sociologico, il mercato del lavoro può essere interpretato secondo tre visoni: nella <strong>prospettiva&nbsp;microsociologica</strong>&nbsp;esso viene considerato come una costruzione sociale in cui lavoratori e imprese costruiscono in termini cognitivi l&#8217;ambiente ove operano; nella <strong>prospettiva&nbsp;intermedia</strong>, l&#8217;individuo è inserito in reti interpersonali che vanno a condizionare il suo sistema di preferenze, il grado di lealtà adoperata, la quantità di risorse impiegate e ricavate; infine, nella <strong>prospettiva macrosociologica</strong>, i comportamenti e le scelte sono determinati da sistemi di status e dai rapporti sociali in cui gli individui sono inseriti.&nbsp;Domanda e offerta di lavoro sono condizionati da fattori che non possono essere assolutamente tralasciati è proprio questi fattori vanno ad incidere sul tasso di occupazione, disoccupazione e inattività degli attori sociali. L&#8217;<strong>offerta di lavoro</strong> è condizionata dalle aspirazioni professionali dei lavoratori, conseguenza del grado di istruzione e dello status sociale, che il più delle volte però non coincidono con ciò che il mercato offre; dall&#8217;avere o meno una famiglia che va a condizionare poi, in termini di turni e orari, la possibilità di aderire ad un lavoro piuttosto che ad un altro; infine la capacità di un individuo di mobilitare <strong>risorse sociali</strong>, ovvero di attenersi a regole che sono fondamento di collaborazione all&#8217;interno dei gruppi. Analizzando ora la domanda di lavoro vediamo che questa è condizionata dal tipo di posizionamento competitivo delle aziende; dal modo di ricercare risorse umane; dal fatto di far cadere il muro della discriminazione legata al genere. Ma cosa offre il mercato del lavoro oggi? Le retribuzioni attese sono quelle che realmente danno? Quali sono i lavori più richiesti in Italia?</p>
<h2>I lavori &#8220;nascosti&#8221;</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image1.png"><img decoding="async" class="wp-image-5312 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image1.png" alt="" width="415" height="222" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image1.png 640w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image1-300x160.png 300w" sizes="(max-width: 415px) 100vw, 415px" /></a>Nonostante la <strong>crisi</strong> e la&nbsp;<strong>disoccupazione</strong>, soprattutto giovanile, alle stelle ci sono lavori in Italia che sono ancora molto richiesti. Nessuno lo sa o nessuno li vuole fare? Per alcuni lavori la domanda supera l&#8217;offerta, per altri accade praticamente il contrario. Perché? Forse perché a tutti piacerebbe stare seduti dietro una scrivania e lasciare che determinati lavori siano gli altri o gli stranieri a farli? Può essere, ma poi non lamentiamoci che non c&#8217;è lavoro! Da dati rilevati da agenzie del lavoro sulla ricerca di personale, emerge che lavori quali <strong>badanti</strong>, <strong>pulizia uffici</strong> e <strong>negozi,</strong> <strong>magazzinieri</strong>, <strong>custodi</strong>, <strong>camerieri</strong>, <strong>addetti ai reparti</strong> sono solo alcuni dei lavori che non sono accettati e restano vacanti o ricoperti da stranieri, in alcuni casi anche in &#8220;nero&#8221;, fenomeno che fa innalzare il tasso di&nbsp;<strong>lavoro sommerso</strong>. A non accettare questi lavori sono anche coloro che magari hanno perso il lavoro in precedenza, o quelli che lavoravano in altri ambiti, ma anche giovani pur avendo altre ambizioni. Indubbiamente, come abbiamo evidenziato, vi sono delle aspettative legate allo status sociale e all&#8217;istruzione ma da che mondo e mondo fare la &#8220;gavetta&#8221; porta poi a raggiungere determinati obiettivi, anche se con tempo e sacrifici. Sicuramente un fattore che incide sul rifiuto di questi lavori può essere la paga, magari al di sotto delle aspettative, o ancora la poca esperienza in determinati settori. Secondo&nbsp;l&#8217;<em>Jp Salary Outlook 2015</em>&nbsp;gli stipendi degli italiani sono al di sotto di quelli francesi e tedeschi. Non c&#8217;è da stupirsi considerando gli effetti devastanti della crisi economica per non parlare della <strong>delocalizzazione</strong> delle aziende che prima mette in cassa integrazione i lavoratori poi li licenzia. Lo <strong>stipendio medio</strong> di un italiano è di <strong>circa 1500€ netti al mese</strong>. Questo valore però è una media, non tutti quindi prendono almeno questi soldi. Operai, impiegati e commessi ricevono uno stipendio molto più basso di questo, anche rispetto a chi lavora ai piani alti. Ci sono lavori retribuiti anche meno di 1000€ lordi al mese ma comunque si tratta di soldi. C&#8217;è comunque da fare una differenza sostanziale tra il nord e il sud del Paese dove gli stipendi medi per uno stesso lavoro cambiano vertiginosamente da Napoli a Trieste; ma li entreremmo in merito ad altre questioni quali orari e buste paghe che non tratteremo in questa sede.</p>
<h2>Lavoro tradizionale vs &#8220;nuovi&#8221; lavori</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2.png"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-5311" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2.png" alt="" width="432" height="216" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2.png 1000w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-300x150.png 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-768x384.png 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-696x348.png 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-840x420.png 840w" sizes="(max-width: 432px) 100vw, 432px" /></a>Se da un lato sono richiesti ancora i lavori tradizionali come su detto, ai quali si aggiunge anche la richiesta di cuochi, camerieri e autisti, dall&#8217;altro lato si stanno facendo sempre più strada figure professionali specializzate che vengono richieste ma che purtroppo non sono ancora ben conosciute e quindi ci sono aziende che lamentano la mancanza di progettisti, analisti, informatici e, sfatiamo un mito, di ingegneri. Tra i mestieri introvabili, che possiamo definire &#8220;nuovi&#8221; poiché sono nati nel XX secolo, prevale il <strong>progettista di sistemi informatici</strong> seguito dal <strong>progettista di software</strong>, dall&#8217;<strong>analista programmatore</strong> ai <strong>consulenti assicurativi</strong> e <strong>immobiliari</strong>, <strong>revisori contabili</strong>, segretari di svariati uffici. Per alcuni di questi lavori è richiesta la laurea, quindi sarebbe questo un campanello da ascoltare prima di scegliere un percorso di studi. Vedere cosa il mercato del lavoro offre, anche a lungo termine, prima di iscriversi all&#8217;università. Ci sono altri mestieri, anch&#8217;essi richiesti, per i quali non è necessaria la laurea: <strong>macchinisti</strong>, <strong>segretari</strong> e <strong>assistenti di direzione</strong>, <strong>tecnici specializzati</strong>, <strong>addetti alle vendite</strong>, <strong>professionisti contabili</strong> e della finanza. Sicuramente tra i nuovi lavori balzano i professionisti dell&#8217;TT, ovvero <strong>programmatori</strong> e <strong>sviluppatori di app per il mobile.</strong> Basti pensare che questo potrebbe essere il trampolino di lancio per molti giovani che hanno la passione per la tecnologia. Ciò che ci può far riflettere sul fatto che questi lavori possano essere anche retribuiti bene è il fatto che oggi molte aziende, molti locali, anche di medie e piccole dimensioni, si fanno pubblicità attraverso siti Internet o semplicemente creando una pagina sui social network. Se un buon &#8220;curatore&#8221; di siti e pagine porta gente, di conseguenza ci sono buone possibilità che il lavoro di immagine venga ripagato di più. Questo è solo un semplice esempio ma basterebbe leggere le inserzioni delle agenzie del lavoro per capire che almeno ogni due annunci si ricerca una figura del genere.</p>
<h2 align="justify">Nuovi contratti, vecchi problemi</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image4.jpeg"><img decoding="async" class="wp-image-5310 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image4.jpeg" alt="" width="418" height="268" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image4.jpeg 702w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image4-300x192.jpeg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image4-696x446.jpeg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image4-655x420.jpeg 655w" sizes="(max-width: 418px) 100vw, 418px" /></a>Un altro fattore da tenere in considerazione è quello dei <strong>nuovi contratti</strong> che vengono fatti sottoscrivere ai lavoratori. <strong>Ritenute d&#8217;acconto</strong>, <strong>voucher</strong>, <strong>contratti&nbsp;co.co.co</strong>&nbsp;e tanti altri che sono meramente lontani un miglio dal contatto a tempo determinato e/o indeterminato ma che comunque danno valore al lavoro svolto se pur in modo saltuario (per approfondire:<strong>&nbsp;<span style="text-decoration: underline;"><a href="https://www.economia-italia.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="color: #ff9900; text-decoration: underline;">www.economia-italia.com</span></a></span></strong>). Attraverso questi contratti si riduce il lavoro sommerso. Quando&nbsp;parliamo di lavoro vien da se fare la distinzione tra tre categorie di soggetti: gli <strong>inoccupati</strong> sono coloro che, in età da lavoro, sono in cerca della prima occupazione; i <strong>disoccupati</strong> sono quelli che hanno perso il lavoro e quindi lo ricercano attivamente; gli <strong>inattivi </strong>sono coloro che non lavorano e che neanche lo cercano. Il tasso di disoccupazione in Italia, anche se dagli ultimi dati Istat si evince che è sceso, resta comunque al 10,8%. Effetti del Jobs Act o altro? Staremo a vedere ancora. Ciò che è importante evidenziare è che alcuni posti di lavoro ci sono, bisognerebbe rimboccarsi le maniche e magari fare anche cose che non si pensava di fare pur però di non rimanere senza uno stipendio. Se il tasso di disoccupazione scende, va da se che i posti di lavoro sono ricoperti e magari chissà se la produzione aumenta ne escono altri. Citando <strong>Adriano Olivetti</strong> concludiamo questo articolo dicendo che&nbsp;&#8220;<em>il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi ad un nobile scopo</em>&#8220;.</p>
<p><strong>Filomena Oronzo</strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/11/Progetto-senza-titolo-3.jpg" width="100"  height="100" alt="Filomena Oronzo" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://sociologicamente.it/author/filomenaoronzo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Filomena Oronzo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laureata in Sociologia con specializzazione in Politiche Sociali e del Territorio, ho conseguito un master in E-Government e E-Management nella Pubblica Amministrazione, adoro leggere e scrivere. Per me fare sociologia è vivere il quotidiano in tutte le sue sfaccettature e peculiarità. Oggi sono Collaboratore Amministrativo all&#8217;I.R.C.C.S Burlo Garofolo di Trieste e soprattutto moglie e mamma, la più grande ricchezza in assoluto.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://sociologicamente.it/come-trovare-un-lavoro-oggi/">Come trovare un lavoro oggi</a> sembra essere il primo su <a href="https://sociologicamente.it">Sociologicamente</a>.</p>
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		<item>
		<title>Coworking: lavorare in compagnia è meglio</title>
		<link>https://sociologicamente.it/coworking-lavorare-in-compagnia-e-meglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Feb 2017 09:15:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il concetto di coworking si definisce tra il 2006 e il 2007 per far fronte a nuove esigenze in campo lavorativo. Sia che si tratti di lavoratori freelance isolati che di team già formati o in fase di costituzione, siamo in presenza di uno stile lavorativo e professionale slegato dalla routine dell’ufficio, insieme ai suoi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Il concetto di <strong>coworking</strong> si definisce tra il 2006 e il 2007 per far fronte a nuove esigenze in campo lavorativo. Sia che si tratti di lavoratori <strong>freelance</strong> isolati che di team già formati o in fase di costituzione, siamo in presenza di uno stile lavorativo e professionale slegato dalla routine dell’ufficio, insieme ai suoi orari, etichette, procedure standardizzate, pause stabilite, gerarchie proprie dell’ufficio stesse.</p>
<p align="justify">La necessità di contatto sociale e <strong>interazione</strong> con altre persone, accentuata dall&#8217;isolamento nel quale il professionista operava fino a dieci anni fa, trova nel coworking la soluzione ideale per moltissimi lavoratori e professionisti non legati alla routine dell’ufficio, come ad esempio le persone che lavorano da casa, o altre sempre in viaggio a causa del proprio lavoro.</p>
<h3>Come funziona?</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-2472 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-1024x682.jpg 1024w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-1068x712.jpg 1068w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2-630x420.jpg 630w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/saluzzo_work2.jpg 1400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Gli spazi adattati al coworking sono molto più visibili nelle <strong>città</strong>. Questi spazi risultano essere solitamente degli <strong>open space</strong>, dove sono già messe a disposizione scrivanie, postazioni, lavagne classiche e multimediali, proiettori, connessioni internet e in generale tutto lo stretto indispensabile affinché un professionista o un gruppo di professionisti possano cominciare immediatamente il loro lavoro. Di norma questi spazi vengono concessi in affitto giornaliero o a tariffa oraria.</p>
<p align="justify">Adatto sia per lo <strong>studio</strong> che per il <strong>lavoro</strong> al pc, i locali che si offrono come spazi di coworking sono perfetti anche per il lavoro in <strong>gruppo</strong>. Addetti a differenti mansioni non sono più dislocati in uffici o in piani distinti, ma hanno la possibilità di condividere lo stesso spazio e di lavorare a contatto con i propri colleghi. Diventa quindi più semplice identificare e comunicare un problema ed avere immediatamente attenzione e assistenza da parte dei propri collaboratori. L’ambiente è caratterizzato dall’<strong>informalità,</strong> dalla <strong>pluralità</strong>, e dalla <strong>dinamicità</strong>, essendo questi luoghi condivisi da persone e gruppi di persone operanti in campi anche distinti, che lavorano per distinti clienti.</p>
<h3>Una breve analisi sociologica</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7.jpg"><img decoding="async" class="alignleft size-medium wp-image-2473" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-1024x683.jpg 1024w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-1068x712.jpg 1068w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7-630x420.jpg 630w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/7.jpg 1200w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>Sebbene a primo impatto si possa pensare al fenomeno del coworking come ad un caso riconosciuto dalla sociologia come <strong>aggregato</strong>, siamo in realtà in presenza di  gruppi eterogenei che vanno via via formandosi con il passare del tempo e dell’interazione promossa dalle necessità su esposte, e dallo stesso clima informale nel quale gli attori sociali sono immersi. Vengono a crearsi nuovi rapporti lavorativi e di consulenza professionale, si creano ed espandono <strong>reti sociali</strong> reali grazie alla <strong>flessibilità</strong> degli orari di lavoro e alla <strong>libertà</strong> di ognuno di fare una pausa per interagire e coltivare rapporti personali con i presenti.</p>
<h3>Un nuovo modello di coworking</h3>
<p><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-2478 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-300x200.jpg" alt="" width="288" height="192" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-1024x683.jpg 1024w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-1068x712.jpg 1068w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download-630x420.jpg 630w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/download.jpg 1500w" sizes="(max-width: 288px) 100vw, 288px" /></a></p>
<p align="justify">La forte domanda ha già dato vita a un nuovo modello di coworking. Sempre più lontano dall&#8217;idea e dalla riproduzione dell’ufficio, ma sempre più focalizzati verso l’informalità e l’interazione, assistiamo all&#8217;ascesa dei <strong>Coworking Café</strong>. A prima vista sembrerebbero delle sale da thè o ristoranti, ma al loro interno gli spazi sono ugualmente pensati per soddisfare le esigenze dei lavoratori. Grazie a design accattivanti che celano esteticamente le strumentazioni indispensabili, l’<strong>habitat lavorativo</strong> che viene offerto garantisce il <strong>comfort</strong> ai lavoratori, limitando sempre più la percezione del lavoro come onere. Le scrivanie vengono sostituite da ampi tavoli e le sedie da divanetti da lounge bar, insieme ad altri elementi  scelti <em>ad hoc</em> per deliziare i clienti durante le loro sessioni lavorative e, soprattutto, durante le loro pause. All&#8217;interno del coworking cafè, infatti, è possibile consumare come al bar, ordinare come al ristorante e, perché no, chiudere gli occhi per riposare un po&#8217; sulle poltroncine predisposte a questo scopo.</p>
<p align="justify">In definitiva il coworking “classico” e il coworking café risultano essere una risposta efficace ai bisogni odierni di coloro che esercitano la professione in autonomia, nonché al fenomeno odierno della <strong>delocalizzazione</strong> dei lavoratori dall&#8217;ambiente dell’ufficio, condannati altrimenti alla solitudine e a trascorrere la maggior parte della propria vita all&#8217;interno delle proprie abitazioni.</p>
<p><strong>René Verneau</strong></p>
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		<title>Gentrification: identità urbane che mutano</title>
		<link>https://sociologicamente.it/gentrification-identita-urbane-che-mutano/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 05 Jun 2015 14:21:27 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Le grandi trasformazioni che hanno investito la società dopo la svolta neoliberista degli ultimi decenni, hanno messo in discussione il concetto originario di diritto alla città, introdotto da Henri Lefebvre nel 1968 e recentemente riformulato da David Harvey. La conformazione degli spazi influisce fortemente sull’identità, ma analogamente i processi sociali e culturali conformano gli spazi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le grandi trasformazioni che hanno investito la società dopo la svolta neoliberista degli ultimi decenni, hanno messo in discussione il concetto originario di <strong>diritto alla città</strong>, introdotto da Henri Lefebvre nel 1968 e recentemente riformulato da David Harvey. La conformazione degli spazi influisce fortemente sull’<strong>identità</strong>, ma analogamente i processi sociali e culturali conformano gli spazi che, secondo Lefebvre, vanno rivendicati. Simmel interpretava la spazialità come attributo dei processi sociali, come una proprietà intrinseca dei fenomeni sociali, che non si danno se non spazialmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle nostre città,  il dispiegamento di una serie di processi estremamente forti ne stanno cambiando il volto. Ciò accade per città italiane, radicate nella propria identità storica e culturale, ma non sono immuni molte realtà europee ed extraeuropee. Da una parte abbiamo processi di trasformazione veloci, per lo più legati a grandi interventi pubblici o a grandi operazioni immobiliari e finanziarie; dall&#8217;altra parte abbiamo trasformazioni che, tuttavia, possono risultare lente ma che ugualmente determinano un radicale cambiamento non solo urbanistico o territoriale, ma anche sociale e culturale. Tra le trasformazioni apparentemente più lente  troviamo i grandi processi di gentrification.</p>
<h2 style="text-align: justify;">Cos&#8217;è la gentrification?</h2>
<figure id="attachment_393" aria-describedby="caption-attachment-393" style="width: 313px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/gentrification.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-393" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/gentrification-300x199.jpg" alt="gentrification" width="313" height="208" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/gentrification-300x199.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/gentrification.jpg 355w" sizes="(max-width: 313px) 100vw, 313px" /></a><figcaption id="caption-attachment-393" class="wp-caption-text">Gentrification</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">La <strong>gentrification</strong>, neologismo sviluppatosi negli ultimi cinquant&#8217;anni, viene tradotto in italiano in gentrificazione ma potrebbe essere tradotta anche come “aristocratizzazione” delle città. Quel processo per cui i  decadenti quartieri operai del centro cittadino vengono recuperati attraverso un influsso di capitale privato. Alla ristrutturazione degli immobili ed alla pianificazione dell’area segue l’insediamento di un nuovo tipo di inquilini <strong>middle class</strong>, la nuova gentry appunto. Gli originari abitanti vengono “rimossi” (sia in senso lato che letterale) e destinati a zone più periferiche. La gentrification riguarda non solo i centri storici, ma anche vaste aree consolidate e fortemente caratterizzate dal punto di vista dell’identità urbana e sociale, come alcuni quartieri operai o i quartieri della prima cintura.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo alcuni anni di stagnazione, lo studio del fenomeno acquisì nuova linfa, soprattutto grazie allo studio di <strong>Chris Hamnett</strong>, che lavorò sugli spostamenti della popolazione di Londra tra il 1961 e il 2001. Alla fine del periodo preso in esame, sostiene Hamnett, la classe operaia non esisteva più. Si cominciò così a vedere la gentrification come una manifestazione spaziale e sociale dalla transizione da un’economia industriale a un’economia post-industriale. In questo senso, non si parla più tanto di  delocalizzazione delle persone, ma di sostituzione.</p>
<h2 style="text-align: justify;">L&#8217;effetto &#8220;trickle down&#8221;</h2>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/Immagine.png"><img decoding="async" class=" wp-image-395 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/Immagine-300x226.png" alt="Immagine" width="329" height="248" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/Immagine-300x226.png 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/Immagine-80x60.png 80w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2015/06/Immagine.png 466w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></a>Una corrente di pensiero, esplicitata soprattutto nel lavoro del sociologo Peter Marcuse, ritiene che il processo di <strong>delocalizzazione</strong> si possa manifestare anche sotto il livello culturale: quando in un territorio cambiano i rapporti sociali e il tessuto urbano, organizzativo e sociale, certe zone diventano automaticamente esclusive per determinate fasce di popolazione. Vi è poi chi vede la gentrification come un processo positivo, perché genererebbe un effetto <strong> “trickle-down”</strong>: in questo senso le abitudini e i comportamenti delle classi più abbienti o di terminati centri geografici si estenderebbero progressivamente alle classi meno abbienti e alle periferie. Le aree gentrificate vengono quindi provviste di infrastrutture commerciali all’avanguardia e la loro promozione è curata nei minimi particolari.</p>
<p style="text-align: justify;">La cosiddetta “rinascita della città” è pubblicizzata come un evento in grado di portare benefici a tutti i suoi  abitanti indistintamente, ma la realtà è diversa. Uno sviluppo diseguale caratterizza l’andamento della città, favorendo quelle zone che possiedono, per questioni storiche e/o geografiche, un maggiore <strong>capitale culturale</strong> (quello che Bourdieu definisce come “capitale oggettivo”). I problemi legati all’identità esplodono proprio in quei contesti urbani dove “si perde l’identità”, dove le tensioni trasformative sono più forti e si traducono in conflitti accesi. Tant’è che la presenza di importanti e significativi movimenti urbani e la formazione di comitati e associazioni locali sembrano spesso, più che (o non soltanto) l’espressione di un tessuto sociale attivo, consistente e radicato in culture dinamiche e preesistenti, il segnale di quanto questo tessuto si senta minacciato e reagisca in qualche modo alle trasformazioni che sente sempre più incalzanti e inarrestabili. Ne sono esempi il quartiere San Salvario a Torino, il quartiere Isola a Milano, il rione Monti a Roma, San Berillo e il Quartiere Fiera a Catania, il Quartiere Brancaccio a Palermo.</p>
<p style="text-align: justify;">Allo stesso tempo la questione dell’identità diventa un rischio quando viene posta in termini di conservare/salvaguardare un’identità, di <strong>politiche localistiche</strong> (che poi danno origine, estremizzando, ad atteggiamenti razzisti e che non accettano le diversità), di disegnare lo sviluppo di un territorio a partire da un’identità predefinita. Un po’ come parlare di spettacolarizzazione urbana, di cui parla Guy Debord ne “<em>La società dello spettacolo”</em>, dove lo spettacolo e la creazione di una ben precisa immagine collettiva, la merce come spettacolo, l’ideologia materializzata della città, sono i responsabili di questa condizione di crisi della dimensione urbana.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Anna DB</strong></p>
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