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	<title>Inghilterra Archivi - Sociologicamente</title>
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	<title>Inghilterra Archivi - Sociologicamente</title>
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		<title>Alle origini degli Skinhead: quando la politica non era una priorità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 03 Sep 2018 11:07:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Cultura e New Media]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il termine significa “testa rasata”, con la quale si identificavano gli appartenenti al movimento, mentre il loro abbigliamento era composto da anfibi, blue jeans, bomber e camicia. Gli Skinhead fecero la loro comparsa alla fine degli anni Sessanta nei quartieri più degradati delle città inglesi (gli Hard Mod), ed erano i giovani della classe lavoratrice [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Il termine significa “<em>testa rasata</em>”, con la quale si identificavano gli appartenenti al movimento, mentre il loro abbigliamento era composto da anfibi, blue jeans, bomber e camicia. Gli <strong>Skinhead</strong> fecero la loro comparsa alla fine degli anni Sessanta nei quartieri più degradati delle città inglesi (gli Hard Mod), ed erano i giovani della classe lavoratrice britannica (<strong>working class</strong>). Questa subcultura è nata su una base sociale, e si opponeva all’imborghesimento della classe lavoratrice inglese e all’oppressione della classe dirigente. Sebbene oggi nella cultura di massa vengono etichettati come dei <strong>neonazisti</strong>, gli Skinhead degli albori non basavano la loro identità su ideologie politiche, ma su elementi legati al <strong>lavoro in fabbrica</strong>, alla <strong>musica reggae</strong>, e la <strong>passione per il calcio</strong>. Frequentavano anche i <em>Rude Boy</em>, che erano giovani immigrati giamaicani, con i quali condividevano gli stessi locali e la passione per la musica afroamericana.</p>
<h2>La svolta a destra</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest.jpg"><img fetchpriority="high" decoding="async" class="alignleft wp-image-6443" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest.jpg" alt="" width="389" height="293" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest.jpg 900w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest-300x226.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest-768x579.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest-80x60.jpg 80w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest-696x524.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/skinhead-cop-arrest-558x420.jpg 558w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" /></a>Nella metà degli anni Settanta, con la diffusione in Inghilterra della<strong> religione rastafariana</strong>, molti Rude Boy si convertirono e incominciarono a professare il mantenimento dell’identità nera, considerando la loro cultura, tra cui soprattutto quella musicale, un terreno consacrato da difendere contro ogni eventuale contaminazione da parte dei gruppi bianchi (Hedbige, 1979). Il sociologo Hedbige (1979), nel suo libro &#8220;<em>Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale</em>&#8220;, suppone che questa presa di posizione fece insorgere moti razzisti all&#8217;interno del movimento Skinhead, che di colpo si sentì rifiutato. Alla fine degli anni Settanta, il movimento Skinhead britannico ebbe forti legami con il <strong>National Front</strong>, partito politico di estrema destra inglese, che finì per assoldarli come militanti. Gli Skinhead iniziarono così a simpatizzare per<strong> ideologie naziste</strong> e <strong>razziste</strong>, e spostarono i loro gusti musicali sulla <a href="http://sociologicamente.it/tra-ribellione-e-provocazione-viaggio-nella-subcultura-punk/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff9900; text-decoration: underline;"><strong>musica punk</strong></span></span></a>. In particolare ascoltavano l’”Oi!”, sottogenere del punk nato alla fine degli anni Settanta in Inghilterra (Cotter, 1999). Molti di loro però non accettarono questo cambiamento e, rimanendo fedeli alle origini del movimento, fecero nascere i <strong>Trojan Skinhead</strong>, un gruppo di skinhead fedeli alla linea apolitica e antirazzista.</p>
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<h2>Gli Skinhead in Italia</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/veneto-fronte-skinhead-foto.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-6444 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/veneto-fronte-skinhead-foto.jpg" alt="" width="417" height="235" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/veneto-fronte-skinhead-foto.jpg 700w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/veneto-fronte-skinhead-foto-300x169.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/09/veneto-fronte-skinhead-foto-696x392.jpg 696w" sizes="(max-width: 417px) 100vw, 417px" /></a>Il fenomeno arrivò in Italia nei primi anni Ottanta, e si sviluppò nelle principali città del nord, in Toscana e a Roma. Nonostante in Inghilterra, già da qualche anno, gran parte dei membri del movimento Skinhead avevano iniziato a militare nei partiti di estrema destra, nel nostro paese questa subcultura nacque <strong>apolitica</strong> e <strong>antirazzista</strong>. Il look ricostruiva esattamente quello della subcultura inglese originale, nonostante in Italia i capi di abbigliamento specifici e di riferimento erano difficili da trovare in commercio. Molti Skinhead nostrani, infatti, furono costretti a fare viaggi in Inghilterra per poter emulare correttamente lo stile. La loro musica di riferimento era il Punk, e in particolare “l’Oi!”, che ebbe anche un discreto successo nei <strong>centri sociali italiani</strong>. Gli Skinhead nostrani, come quelli d’oltre Manica, frequentavano gli stadi di calcio e avevano forti legami con le tifoserie e i <strong><a href="http://sociologicamente.it/nella-tana-dei-tifosi-un-viaggio-etnografico-nel-fenomeno-ultras/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff9900; text-decoration: underline;">gruppi ultras</span></span></a></strong>. Anche in Italia ad un certo punto si delineò nel corso del decennio una spaccatura all&#8217;interno del movimento, dovuta all&#8217;ingresso di ideologie nazionaliste e razziste che provenivano dall’Inghilterra (Caiani, 2011). Tranne nelle zone di Milano e del Veneto, la maggior parte degli Skinhead italiani restò fedele alla linea originale del movimento, rifiutando di diventare dei militanti neonazisti. Nel 1986 nacque l’associazione culturale “<strong>Veneto Fronte Skinheads</strong>”, un’organizzazione politica di estrema destra, che collaborò anche con due partiti italiani: il Movimento Sociale Fiamma Tricolore e la Lega Nord (Berizzi, 2015).</p>
<p><strong>Simone Nigrisoli</strong></p>
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		<title>Paese che vai, democrazia che trovi</title>
		<link>https://sociologicamente.it/paese-che-vai-democrazia-che-trovi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 May 2018 10:22:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ci sono diverse accezioni, diverse modalità, di intendere la democrazia che si rifanno al modo con cui questa viene tradotta e applicata in regole e istituzioni. Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Francia, Belgio e Germania sono tutte democrazie occidentali, eppure sono sistemi politici e sociali fortemente diversi tra loro. Democrazie contemporanee Il potere del [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Ci sono diverse accezioni, diverse modalità, di intendere la <strong>democrazia</strong> che si rifanno al modo con cui questa viene tradotta e applicata in regole e istituzioni. Italia, Regno Unito, Stati Uniti, Spagna, Francia, Belgio e Germania sono tutte democrazie occidentali, eppure sono sistemi politici e sociali fortemente diversi tra loro.</p>
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<h2>Democrazie contemporanee</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/9788815250575_0_0_788_75.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-5788 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/9788815250575_0_0_788_75.jpg" alt="" width="255" height="402" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/9788815250575_0_0_788_75.jpg 500w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/9788815250575_0_0_788_75-190x300.jpg 190w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/9788815250575_0_0_788_75-266x420.jpg 266w" sizes="(max-width: 255px) 100vw, 255px" /></a>Il potere del “<em>demos</em>”, che nell&#8217;antica <strong>polis greca</strong> si esprimeva nell&#8217;<strong>agorà</strong> per rappresentanza diretta (dei soli uomini), può oggi reificarsi (anche per motivi organizzativi) in diverse forme istituzionali, come ad esempio la <strong>democrazia presidenziale</strong>, quella <strong>parlamentare</strong> o <strong>semipresidenziale</strong>. Ancora più importanti però sono le diversità che distinguono le diverse democrazie dei Paesi sul piano del funzionamento politico e della concezione stessa della democrazia. <strong>Arendt Lijphart</strong> ne “Le democrazie contemporanee” (1999) fornisce un’analisi di queste differenze proponendo la contrapposizione di due diversi macromodelli i quali si differenziano nettamente in diversi punti e che riflettono i due principali modi di pensare la democrazia: il <strong>modello Westminster</strong> e il <strong>modello consensuale</strong>.</p>
<h2>Il sistema Westminster</h2>
<p align="justify">La<strong> democrazia Westminster</strong> (anche detta maggioritaria) si rifà ad una visione della democrazia in cui il potere è a somma zero ed è detenuto ed esercitato da <strong>chi vince le elezioni</strong>, considerato come il più forte, senza dover tener conto degli altri schieramenti. In questo modello definito anche “di potere (della maggioranza) del popolo”, la democrazia si potrebbe definire di <strong>tipo escludente</strong> in quanto i partiti che hanno avuto una quota di voti minore hanno poca o nessun tipo di rappresentanza o influenza rispetto al governo. Fa principalmente riferimento alla democrazia in <strong>Gran Bretagna</strong>, la quale poi si è diffusa in tutti i paesi di tradizione anglosassone e del Commonwealth come Stati Uniti, Nuova Zelanda e curiosamente anche Barbados (i casi di studio presi da Lijphart).</p>
<h3>Le caratteristiche</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/115824720-3ba126ef-a7f5-49d3-bc4f-83c4b1987d10.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-5789" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/115824720-3ba126ef-a7f5-49d3-bc4f-83c4b1987d10.jpg" alt="" width="435" height="245" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/115824720-3ba126ef-a7f5-49d3-bc4f-83c4b1987d10.jpg 560w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/115824720-3ba126ef-a7f5-49d3-bc4f-83c4b1987d10-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 435px) 100vw, 435px" /></a>Le caratteristiche che contraddistinguono questo modello sono in primo luogo un accentramento del potere esecutivo in governi monopartitici a maggioranza risicata: in parole povere, il governo esecutivo è formato essenzialmente dal singolo partito che vince le elezioni con il capo del partito che viene nominato <strong>Primo ministro</strong>, tendenzialmente però con un margine di maggioranza di seggi in parlamento molto sottile ma d’altra parte molto stabile. Conseguentemente si assiste così ad un <strong>predominio dell’esecutivo</strong> rispetto al parlamento, tipicamente di tipo unicamerale, con una maggiore <strong>facilità a legiferare</strong>. Seppur formalmente l’Inghilterra si discosti da questa caratteristica, sul piano pratico la &#8220;Camera dei lord&#8221; ha poco potere di influenza sulle decisioni della &#8220;Camera dei comuni&#8221;; il parlamento, difatti, in UK, non ha nemmeno il potere di sfiduciare il governo. Tuttavia, di norma, se il parlamento non approva una proposta “di punta” dell’esecutivo, quest’ultimo può dimettersi anche senza ricevere una formale nozione di sfiducia.</p>
<h3>C&#8217;è posto solo per pochi</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/jojoj.png"><img decoding="async" class="wp-image-5792 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/jojoj.png" alt="" width="406" height="244" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/jojoj.png 588w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/jojoj-300x180.png 300w" sizes="(max-width: 406px) 100vw, 406px" /></a>Inoltre in questi Paesi, anche per via del <strong>sistema elettorale maggioritario ad unico turno</strong>, si determina un sistema bipartitico in cui sono solo <strong>due i partiti rilevanti</strong> che entrano nel parlamento a seguito delle elezione, talvolta però con effetti molto distorsivi e iniqui che sfavoriscono “i più piccoli”. Può verificarsi che il partito che vince le elezioni non ottenga nemmeno il 40% degli elettori o altri casi in condizioni particolari in cui partiti che ottengono il 25% dei voti vengano tradotti in una percentuale molto più bassa di seggi in parlamento. In questo contesto rileviamo un sistema di amministrazione molto centralizzata, in cui il governo centrale svolge uno ruolo di maggiore rilevanza rispetto agli <strong>enti locali</strong> e le loro istanze; e soprattutto una forte influenza da parte dei <a href="http://sociologicamente.it/tra-potere-e-interessi-che-cose-il-lobbismo/" target="_blank" rel="noopener"><span style="text-decoration: underline; color: #ff9900;"><strong>gruppi di interesse</strong></span></a> nelle formulazione delle politiche pubbliche, soprattutto in quelle di tipo socio-economiche. Il tipo di consultazione con le istituzioni però è più di tipo conflittuale e meno inclusiva di quelli che sono i diversi interessi ma in cui prevalgono i gruppi più forti, spesso i <strong>gruppi di rappresentanza imprenditoriale</strong> (ciò dovuto anche ad una economia finanziaria e maggiormente basata sul terzo settore).</p>
<h3>Non è tutto oro</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ssssss.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-5791" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ssssss.jpg" alt="" width="411" height="274" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ssssss.jpg 644w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ssssss-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ssssss-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 411px) 100vw, 411px" /></a>In ultimo i Paesi di questo modello sono caratterizzati da una maggiore flessibilità costituzionale (il Regno Unito addirittura ne è sprovvisto), con un&#8217;assenza di revisione costituzionale per le politiche deliberate. I difensori di questa concezione democratica, accusata spesso di essere effettivamente poco democratica per gli interessi minori, sostengono che in questa configurazione si verifica una <strong>sostanziale alternanza</strong> tra i principali due partiti, i quali durante il loro periodo di governo tendono a proporre politiche più ”di centro” che permetterebbero anche agli elettori del partito opposto di riconoscersi in quelle policy. Bisogna però ricordare che questa democrazia è più adatta ad una società a composizione sociale più omogenea, altrimenti porterebbe a creare problemi e malfunzionamenti con troppi partiti che vengono esclusi in modo permanente dalla gestione del potere. Tipico a tal proposito il caso dell’<strong>Irlanda del nord</strong>, che ha adottato per lungo tempo il sistema maggioritario che premiò spesso la componente protestante rispetto a quella cattolica e che in parte contribuì allo scoppio della <strong>guerra civile</strong>.</p>
<h2>Il modello consensuale</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ljevolje.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-5795 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ljevolje.jpg" alt="" width="430" height="242" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ljevolje.jpg 679w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/ljevolje-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></a>Dall&#8217;altra parte, il modello della <strong>democrazia consensuale</strong> si basa su una concezione della democrazia definita dall&#8217;autore “per il popolo”, in cui si vuole coinvolgere più parti politiche al processo decisionale e legislativo. In questa idea di democrazia, le elezioni non sono una gara in cui il più forte vince ma in cui i diversi gruppi sociali eleggono la <strong>propria porzione di rappresentanza al parlamento</strong>. Successivamente il potere esecutivo se vuole essere democratico viene condiviso, tramite <strong>coalizioni</strong>, tra le parti, cercando di mediare e tenere in considerazione tutti i diversi interessi e le diverse minoranze. L’autore prende come casi di studio la Svizzera e il Belgio ma anche il nostro Paese per molti aspetti si avvicina a questo modello. In Italia, infatti, abbiamo avuto &#8211; come ad esempio nel ‘94 &#8211; coalizioni di governo formati anche da più di 8 partiti).</p>
<h3>La Svizzera e il Belgio</h3>
<p align="justify">In <strong>Svizzera</strong>, di consuetudine, i ministeri dell’esecutivo vengono divisi tra i tutti i principali partiti eletti in parlamento (tenendo in conservazione anche le minoranze linguistiche italiane, francesi e tedesche) mentre in <strong>Belgio</strong> l’esecutivo deve rispettare l’uguaglianza delle minoranze linguistiche, con fiamminghe e valloni che devono essere parimenti rappresentate. La composizione di queste società è infatti plurale, composta da più minoranze etniche, religiose, linguistiche e più fratture socio-politiche che si riflettono in un <strong>sistema multipartitico</strong> che è meglio supportato da un <strong>sistema elettorale proporzionale</strong> in modo che i voti siano tradotti proporzionalmente in seggi. Governi monopartitici, pertanto, determinerebbero uno scontento della maggioranza della popolazione.</p>
<h3>Il potere delle consultazioni</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/rvàlnrnr.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-5794" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/rvàlnrnr.jpg" alt="" width="389" height="245" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/rvàlnrnr.jpg 697w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/rvàlnrnr-300x189.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/rvàlnrnr-696x438.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/05/rvàlnrnr-667x420.jpg 667w" sizes="(max-width: 389px) 100vw, 389px" /></a>Le <strong>politiche</strong>, al contrario della democrazia Westminster, sono frutto di un processo strutturato tra le parti e in particolare quelle socio-economiche sono risultato di <strong>consultazioni tripartitiche</strong> (sindacato-imprenditori-Stato) dove inoltre in questo caso il governo considera necessario concedere più margini di autonomia con un <strong>decentramento del potere</strong> alle istituzioni locali. L’azione dell’esecutivo è infine sottoposta alla revisione del parlamento tramite il<strong> rapporto di fiducia</strong> con costituzioni più rigide a controllare il potere e le cui modifiche devono passare da una maggioranza molto ampia del parlamento stesso, solitamente formato da <strong>due camere</strong>.</p>
<p align="justify">Questo ci fa capire come non esistano modelli politici migliori di altri. A seconda del contesto va concepito e integrato un sistema conseguente. Modelli che apparentemente sembrano migliori possono, in un altro contesto, essere disfuzionali o viceversa. La politica è il risultato delle specificità territoriali, culturali e storiche di un paese e nella formulazione delle policy, <strong>se vuole ottenere risultati positivi</strong>, deve tenere conto di queste specificità.</p>
<p><strong>Valerio Adolini</strong></p>
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		<title>Tristan da Cunha: viaggio ai confini della Terra</title>
		<link>https://sociologicamente.it/tristan-da-cunha-viaggio-ai-confini-della-terra/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Aug 2017 13:09:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente e Territorio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Se anche voi, almeno una volta nella vita, a causa dello stress di tutti i giorni, avete desiderato trovarvi agli antipodi della terra, vi sarete sicuramente chiesti quale sia la zona più sperduta dove poter stare con voi stessi e dove nessuno potrebbe mai raggiungervi. La risposta a questa domanda è molto semplice, ovvero che [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Se anche voi, almeno una volta nella vita, a causa dello stress di tutti i giorni, avete desiderato trovarvi agli antipodi della terra, vi sarete sicuramente chiesti quale sia la zona più sperduta dove poter stare con voi stessi e dove nessuno potrebbe mai raggiungervi. La risposta a questa domanda è molto semplice, ovvero che trovare posti inesplorati dall’uomo è impossibile ma nel punto più isolato della Terra esiste una delle comunità più piccole e allo stesso tempo meno considerate. Stiamo parlando di <strong>Tristan da Cunha</strong>, un arcipelago nel mezzo dell’<strong>Oceano Atlantico</strong> meridionale che appartiene al territorio brittanico d’oltremare di Sant’Elena.</p>
<h2>In mezzo al blu</h2>
<figure id="attachment_3844" aria-describedby="caption-attachment-3844" style="width: 300px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-da-Cunha-il-luogo-più-remoto-della-terra.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-3844" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-da-Cunha-il-luogo-più-remoto-della-terra-300x200.jpg" alt="Tristan da Cunha, il luogo più remoto della terra" width="300" height="200" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-da-Cunha-il-luogo-più-remoto-della-terra-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-da-Cunha-il-luogo-più-remoto-della-terra.jpg 495w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3844" class="wp-caption-text">Tristan da Cunha, il luogo più remoto della terra</figcaption></figure>
<p align="justify">I <strong>tristiani</strong>, nome degli abitanti del luogo, sono poco meno di <strong>300</strong> e si trovano a ben 2431 km da Città del Capo e a 3425 km da Montevideo. Sono praticamente isolati da tutto e da tutti. L’isola vanta il titolo di uno fra i luoghi più sperduti della terra, a causa della distanza dai continenti e della mancanza di porti e aeroporti; infatti è raggiungibile solo dopo <strong>una settimana di navigazione</strong>. La maggior parte degli abitanti risiede nella capitale, <strong>Edimburgh of the Seven Seas</strong>, dove sono site anche le principali istituzioni politiche della comunità. L’autorità esecutiva è della regina d’Inghilterra <strong>Elisabetta II,</strong> che delega i suoi poteri al governatore di Sant’Elena. Dal momento che quest’ultimo dovrà risiedere a Sant’Elena, avrà la necessita di nominare un amministratore locale che assieme ad un consiglio di 8 tristiani formerà il governo dell’isola. Tristan da Cunha gode di leggi proprie, ma in caso di vuoti legislativi, l’integrazione sarà effettuata con la legislazione di Sant’Elena.</p>
<h2>Un comunismo poco utopistico</h2>
<figure id="attachment_3845" aria-describedby="caption-attachment-3845" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-stamp474shark-dolphin.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-3845" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-stamp474shark-dolphin-300x203.jpg" alt="Un francobollo di Tristan da Cunha" width="300" height="203" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-stamp474shark-dolphin-300x203.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/Tristan-stamp474shark-dolphin.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3845" class="wp-caption-text">Un francobollo di Tristan da Cunha</figcaption></figure>
<p align="justify">In ogni caso nella piccola e remota comunità isolana si sono andate creando delle consuetudini che la rendono una società <em>sui generis</em>. Una sorta di <strong>comunismo</strong> ben riuscito, come pochi se ne sono visti nel corso della storia contemporanea. Le spese sono distribuite sulle tasche di tutti gli abitanti e i ricavi sono redistribuiti in modo equo. La <strong>proprietà privata</strong> non esiste e i beni della comunità sono i beni di tutti. La <strong>disoccupazione</strong> è una situazione temporanea e ogni cittadino ha il diritto e il dovere di reinserirsi nel mercato del lavoro, anche con l’aiuto della comunità. I tristiani hanno vissuto sempre di agricoluta, allevamento, pesca, e ci vivono tutt’ora, ma sono riusciti a trovare un’altra fonte di guadagno: i <strong>francobolli</strong>. Sono venduti ai collezionisti di tutto il mondo. Il turismo, nonostante l’incontrastata bellezza del territorio, è limitato dalla mancanza di un porto e di un aereoporto, dall’assenza quasi completa di mezzi di trasporto e vie di comunicazione.</p>
<h2>Il legame con l&#8217;Italia</h2>
<figure id="attachment_3846" aria-describedby="caption-attachment-3846" style="width: 259px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/5.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-3846" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/5-300x187.jpg" alt="Ernest Repetto, nipote del naufrago Andrea. Nella fotografia (1999) si trova vicino al gong per allertare gli isolani in caso d’incendio. " width="259" height="161" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/5-300x187.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/5-356x220.jpg 356w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/08/5.jpg 514w" sizes="(max-width: 259px) 100vw, 259px" /></a><figcaption id="caption-attachment-3846" class="wp-caption-text">Ernest Repetto, nipote del naufrago Andrea. Nella fotografia (1999) si trova vicino al gong per allertare gli isolani in caso d’incendio.</figcaption></figure>
<p align="justify">Nonostante la distanza, vi è un legame, anche piuttosto profondo, tra l’isola più remota al mondo e l’Italia, in particolare con <strong>Camogli</strong>, borgo di pescatori in provincia di Genova. Nel lontano 3 ottobre del 1892, il <strong>brigantino Italia</strong>, capitanato da Rolando Perasso, naufraga davanti all’isola di Tristan. I sedici membri dell’equipaggio soggiornano sull’isola in attesa di una nave amica che li riporti nella civiltà. Il 21 gennaio la nave Wilde Rose imbarca i naufraghi per riportarli a Città del Capo. Tuttavia, i due camogliesi <strong>Gaetano Lavarello</strong> e <strong>Andrea Repetto</strong>, nonostante l’insistenza del capitano, decidono di rimanere sull’isola. I due asseriscono di voler rimanere a Tristan poichè durante il naufragio avrebbero fatto un voto alla Madonna del Boschetto, patrona di Camogli, che se si fossero salvati dall’incendio sull’imbarcazione Italia avrebbero vissuto il resto della loro vita in esilio sull’isola di Tristan, lontano dalla mondanità della vita civile. Ma la verità è un’altra: i due marinari si sono innamorati di due isolane. Da questi amori sono nati dei figli, che hanno contribuito ad aumentare la demografia dell’isola e ancora oggi abbiamo i discendenti di questi due forestieri italiani, che infatti portano il medesimo cognome. Un terzo marinaio del brigantino, <strong>Agostino Lavarello</strong>, si innamora anch’esso di una ragazza dell’isola, Mary Green, ma decide di salire sulla nave che è venuta a soccorrerli per fare ritorno dalla madre in Liguria. Sulla calata del porto di Camogli, il marinaio non può fare a meno di raccontare ai suoi amici i tre mesi di amore passati con quella ragazza e il rammarico di non aver avuto abbastanza coraggio. Mary gli scrive una lettera spiegandogli come il suo amore fosse immutato e che lo avrebbe aspettato a Tristan, ma la madre del marinaio, complice un impiegato delle poste, brucia quella lettera e tutte quelle avvenire.</p>
<p align="justify">Una storia di uomini semplici e delle loro scelte straordinarie, una storia di rinuncia, di sacrificio per valori più alti come l’amore, un racconto di gelosie e intrighi. Una comunità che ha fatto della sua solitudine il suo punto di forza, che vive maggiormente di sussistenza e del contatto con la madre terra. Un luogo dove ritrovare se stessi dinanzi un orizzonte senza fine.</p>
<p><strong>Filippo Campo Antico</strong></p>
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		<title>Teddy Boys: tra voglia di distinguersi e violenza</title>
		<link>https://sociologicamente.it/teddy-boys-tra-voglia-di-distinguersi-e-violenza/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alice Porracchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 01 Mar 2017 08:14:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura e New Media]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[rock]]></category>
		<category><![CDATA[subcultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Considerata la subcultura giovanile più British di sempre, il movimento dei Teddy Boys nacque a Londra alla fine degli anni Quaranta per poi diffondersi rapidamente in tutta l’Inghilterra. Oggi la loro immagine è ricordata con una certa vena nostalgica e quasi romantica, ma nel periodo della loro massima affermazione i Teds erano dei ragazzacci assolutamente [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Considerata la <strong>subcultura</strong> giovanile più British di sempre, il movimento dei <strong>Teddy Boys</strong> nacque a Londra alla fine degli anni Quaranta per poi diffondersi rapidamente in tutta l’Inghilterra. Oggi la loro immagine è ricordata con una certa vena nostalgica e quasi romantica, ma nel periodo della loro massima affermazione i Teds erano dei ragazzacci assolutamente da evitare.</p>
<h3>Le origini dei Teds</h3>
<figure id="attachment_2562" aria-describedby="caption-attachment-2562" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-2562" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123-300x200.jpg" alt="Teddy Boys a Kings Road nel quartiere Chelsea" width="300" height="200" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123-630x420.jpg 630w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/123.jpg 892w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-2562" class="wp-caption-text">Teddy Boys a Kings Road nel quartiere Chelsea</figcaption></figure>
<p align="justify">Il legame tra i Teddy Boys e il <strong>rock’n’roll</strong> divenne presto indissolubile, ma sarebbe un errore attribuire le origini di questa subcultura alla diffusione della “musica del diavolo” dall’America al Regno Unito, essendo avvenuta soltanto nel 1955. La nascita del movimento ha infatti origini ben più profonde e si può considerare un prodotto del <strong>dopoguerra</strong>. Emozionalmente impotenti, privi di modelli, sopraffatti dall’inquietudine e spaesati dall’incertezza, i giovani iniziarono ad esprimere con la <strong>violenza</strong> le loro difficoltà di reinserimento in società e nel mondo del lavoro. Poi quando le condizioni di vita cominciarono a migliorare e il boom economico all’inizio degli anni Cinquanta iniziò a facilitare la mobilità sociale, la capacità di spesa divenne però un ulteriore motivo di noia. Nacque così la necessità di darsi dei nuovi valori, costumi, stili di vita, di differenziarsi dagli adulti e dalla cultura di massa, di diventare distintivi.</p>
<h3>Lo stile</h3>
<figure id="attachment_2558" aria-describedby="caption-attachment-2558" style="width: 197px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/sdsds.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-2558" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/sdsds-221x300.jpg" alt="Lo stile dandy che è stato d'ispirazione per i Teddy Boys" width="197" height="268" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/sdsds-221x300.jpg 221w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/sdsds-310x420.jpg 310w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/sdsds.jpg 348w" sizes="(max-width: 197px) 100vw, 197px" /></a><figcaption id="caption-attachment-2558" class="wp-caption-text">Lo stile dandy che è stato d&#8217;ispirazione per i Teddy Boys</figcaption></figure>
<p align="justify">Nel 1948 i sarti di Savile Row che avevano vestito le classi inglesi più agiate per generazioni, presero spunto dalla moda aristocratica dei <strong>dandy</strong> ai tempi del regno di Edoardo VII (1901-1910) per lanciare un nuovo look che trovò immediati consensi tra chi sentiva il bisogno di contrastare l’austerità imposta dal governo. Lo stile eccentrico venne però presto copiato anche dagli <strong><em>spivs</em></strong><em>, </em>i criminali del <em>black market</em>: da quel momento in poi i gentleman di Londra e i laureati di Oxford smisero di vestirsi da dandy evitando di essere scambiati per teppisti. Così i ribelli noti come “<strong>cosh boys</strong>” iniziarono ad adottare lo stile eccentrico edoardiano per contrastare il grigiore del dopoguerra. Da qui il nome di Teddy come diminutivo di Edward, usato per la prima volta dal Daily Express nel 1953.</p>
<figure id="attachment_2560" aria-describedby="caption-attachment-2560" style="width: 300px" class="wp-caption alignright"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-2560" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712-300x200.jpg" alt="Il caratteristico ciuffo brillantinato dei Teddy Boys" width="300" height="200" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712-768x513.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712-1024x684.jpg 1024w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712-696x465.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712-629x420.jpg 629w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/358712.jpg 1050w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a><figcaption id="caption-attachment-2560" class="wp-caption-text">Il caratteristico ciuffo brillantinato dei Teddy Boys</figcaption></figure>
<p align="justify">Il look, ispirato anche allo <strong>stile western</strong>, consisteva in giacche a tre quarti arabesche con risvolti in velluto, camicie da cowboy in satin, cravattini a stringa, pantaloni stretti e calzini variopinti; le scarpe erano rigorosamente dalle suole alte per attutire i colpi durante i balli scatenati. Quanto ai capelli, sulla fronte esibivano <strong>ciuffi pieni di brillantina</strong> mentre dietro formavano la cosiddetta Y o meglio nota come “duck’s arse” (sedere d’anatra) fino alla nuca. Per quanto riguarda le donne, decisamente in secondo piano all’interno del movimento dei Teds, il look era maschile, indossavano giacche sartoriali, gonne a tubo o jeans arrotolati, scarpe basse e spille in cammeo. Le <strong>Teddy Girls</strong> rifiutavano l’austerità post-guerra e in genere spendevano il loro tempo libero facendo shopping per colpire i ragazzi tanto pericolosi quanto affascinanti, senza mai tentare però di violare le leggi.</p>
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<h3>La demonizzazione</h3>
<figure id="attachment_2559" aria-describedby="caption-attachment-2559" style="width: 212px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4.jpg"><img decoding="async" class="size-medium wp-image-2559" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4-212x300.jpg" alt="La locandina di Blackboard Jungle, tradotto in italiano come Il seme della violenza" width="212" height="300" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4-212x300.jpg 212w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4-768x1088.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4-723x1024.jpg 723w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4-696x986.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4-297x420.jpg 297w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/02/blackboard-jungle-1-4.jpg 1059w" sizes="(max-width: 212px) 100vw, 212px" /></a><figcaption id="caption-attachment-2559" class="wp-caption-text">La locandina di Blackboard Jungle, tradotto in italiano come Il seme della violenza</figcaption></figure>
<p align="justify">Quando il <strong>2 luglio 1953</strong> un ragazzo di 17 anni di nome John Beckley venne accoltellato a morte nel parco di Clapham Common da una banda dallo stile edoardiano nota come “Plough Gang”, il Daily Mirror riportò la notizia intitolando l’articolo ed etichettando per sempre la subcultura: “<em>Coltelli a serramanico, musica da ballo e abiti edoardiani</em>”. La <strong>demonizzazione</strong> dei Teddy Boys da parte dell’opinione pubblica fu inevitabile e da quel momento in avanti iniziarono a comparire cartelli fuori dalle sale da ballo o dai cinema con un divieto che suonava forte e chiaro: “<em>Non sono ammessi vestiti edoardiani e calzature con le suole in gomma!</em>”. Le restrizioni via via si estesero in tutta Londra ma gli atti di vandalismo non ebbero fine, anzi si acuirono nel 1956 quando uscì nelle sale “<strong>Il seme della violenza</strong>”, un film che raccontava una storia di delinquenza giovanile. Nei cinema, non appena iniziarono la proiezione, in sottofondo ai titoli di testa partì “Rock around the Clock” di Bill Hayley e da quel momento in poi i giovani furono incontenibili, ballando per i corridoi, provocando risse e squarciando i sedili con rasoi e coltelli. Eppure, nonostante lo spirito violento fosse insito nel movimento, i Teds nei loro <strong>atti di vandalismo</strong> avevano messo in moto un comportamento che fosse all’altezza delle aspettative suscitate dai media nei loro confronti, dimostrando di essere ciò che l’opinione pubblica si aspettava da loro. La stampa aveva dunque contribuito ad accrescere il conflitto tra i Teddy Boys e il resto della società, tant’è che addirittura nel 1958 presero parte a delle ronde razziste provocando aggressioni e danni alle abitazioni degli immigrati caraibici nonostante il loro movimento fosse del tutto apolitico.</p>
<h3>I revival Teddy Boys</h3>
<p align="justify">Negli anni Sessanta, i Teddy Boys dovettero affrontare la nascita di altre subculture giovanili e nonostante alcune rivalità riuscirono ad instaurare una convivenza rispettosa e pacifica con tutti. O quasi. Con i <strong>Punk</strong> infatti i rapporti non furono mai distesi, anzi furono molto aggressivi e rissosi. Secondo i Teds, il movimento Punk non era altro che un affronto, un imbastardimento inaccettabile di quel loro stile che ancora oggi è considerato senza tempo. Alla fine degli anni Settanta la subcultura iniziò a decadere, ma il movimento non si esaurì totalmente. Ne è la dimostrazione la <strong>Edwardian Drape Society</strong>, un’associazione fondata negli anni Novanta che organizza raduni e festival con lo scopo di riunire regolarmente Teddy Boy, Rockabilly, Rocker e i figli di quella generazione nel tentativo di trasmettere lo stile di vita da loro condiviso. Nonostante i propositi, non sono mai mancate però tensioni tra i Teddy Boys di vecchia e nuova generazione. Ma alla fine dei conti, possiamo ancora parlare di subculture?</p>
<p><strong>Alice Porracchio</strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/11/Progetto-senza-titolo-1-1.jpg" width="100"  height="100" alt="Alice Porracchio" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://sociologicamente.it/author/aliceporracchio/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Alice Porracchio</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>“<em>If there&#8217;s not a rebellious youth culture, there&#8217;s no culture at all. It&#8217;s absolutely essential. It is the future</em>”.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://sociologicamente.it/teddy-boys-tra-voglia-di-distinguersi-e-violenza/">Teddy Boys: tra voglia di distinguersi e violenza</a> sembra essere il primo su <a href="https://sociologicamente.it">Sociologicamente</a>.</p>
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		<title>Brexit: no panic?</title>
		<link>https://sociologicamente.it/brexit-no-panic/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 29 Jun 2016 08:03:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[euro]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Inghilterra]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Scozia]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Unione Europea]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>A pochi giorni dal voto referendario nel Regno Unito, gli assetti economici e politici dell’Europa occidentale cambiano in maniera drastica. Proveremo, attraverso articoli complementari, ad analizzare cosa sta succedendo in UK e nel resto d’Europa dopo il risultato del referendum (Brexit) che vede la Gran Bretagna lasciare l’Unione Europea dopo ventitré anni dalla sua fondazione. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">A pochi giorni dal voto referendario nel <strong>Regno Unito</strong>, gli assetti economici e politici dell’Europa occidentale cambiano in maniera drastica. Proveremo, attraverso articoli complementari, ad analizzare cosa sta succedendo in UK e nel resto d’Europa dopo il risultato del referendum (<strong>Brexit</strong>) che vede la Gran Bretagna lasciare l’Unione Europea dopo ventitré anni dalla sua fondazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Le possibili ragioni di questo risultato</h3>
<figure id="attachment_1338" aria-describedby="caption-attachment-1338" style="width: 351px" class="wp-caption alignright"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767.png" rel="attachment wp-att-1338"><img decoding="async" class="wp-image-1338" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-300x225.png" alt="David Cameron, Premier inglese, incerto sul suo futuro dopo il Brexit" width="351" height="263" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-300x225.png 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-768x575.png 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767.png 1024w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-80x60.png 80w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-265x198.png 265w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-696x521.png 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/cameron-1024x767-561x420.png 561w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></a><figcaption id="caption-attachment-1338" class="wp-caption-text">David Cameron, Premier inglese, incerto sul suo futuro dopo il Brexit</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">Il malcontento generale degli ultimi anni ha spinto la popolazione inglese e gallese a reificare i propri timori e le proprie perplessità verso una politica comunitaria dettata dalla Germania e dalla Francia. Sebbene il Regno Unito non sia stato colpito dalla crisi economica e finanziaria, e i <strong>tassi di disoccupazione</strong> non abbiano mai superato il <strong>5%</strong> durante queste due decadi, gli effetti secondari delle politiche di <strong>austerity</strong> sulle nazioni europee del mediterraneo si sono tradotte in una forte e incontrollabile migrazione dai paesi del sud Europa verso l’Inghilterra.</p>
<p style="text-align: justify;">La paura del terrorismo, fomentata dai media e dalla stessa politica estera britannica, si traduce nell’abiurazione dei trattati firmati, tra i quali spiccano per le conseguenze sulle migrazioni gli <strong>Accordi di Shenghen</strong> e la <strong>Convenzione di Dublino</strong>. Il primo riconosce il diritto alla libera circolazione di persone, merci e capitali finanziari; la convenzione di Dublino impone alla prima nazione nella quale giungono i rifugiati ad ospitarli e a dargli asilo.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, d’un sol colpo, la Gran Bretagna ritorna ad essere un <strong>arcipelago distaccato</strong> dal resto d’Europa. Si tratta di un voto identitario, probabilmente visto come un approccio xenofobo o autarchico alle complicazioni derivanti dal progressivo crollo delle sovranità nazionali degli stati europei in favore di una politica centralizzata, trascinata da una Germania legittimata in quanto tale e senza troppe motivazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi la metà della popolazione ha votato per rimanere. Si tratta per la maggior parte di giovani, con titoli accademici e benestanti: le persone meno coinvolte dagli effetti della crisi, seppur marginale. <strong>Scozia</strong>,<strong> Irlanda del Nord </strong>e<strong> Gibilterra </strong>hanno votato per rimanere nell&#8217;Unione Europea<strong>.</strong> Il grande disappunto degli scozzesi trova radice nel referendum del 2014, dove si votó per rimanere nel Regno Unito o diventare uno stato indipendente. La popolazione votò per restare nell’UK, soprattutto per non vedersi esclusa dalla comunità europea.</p>
<h3 style="text-align: justify;">La difficile situazione di Gibilterra</h3>
<figure id="attachment_1339" aria-describedby="caption-attachment-1339" style="width: 344px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720.jpg" rel="attachment wp-att-1339"><img decoding="async" class="wp-image-1339" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720-300x200.jpg" alt="L'affair Gibilterra: resterà inglese o diventerà spagnola?" width="344" height="229" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720-630x420.jpg 630w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/06/flags-853270_960_720.jpg 960w" sizes="(max-width: 344px) 100vw, 344px" /></a><figcaption id="caption-attachment-1339" class="wp-caption-text">L&#8217;affair Gibilterra: resterà inglese o diventerà spagnola?</figcaption></figure>
<p style="text-align: justify;">A Gibilterra, il <strong>95% dei votanti</strong> ha preferito <strong>rimanere</strong> in Europa, cosa fondamentale per l’economia locale e per quella britannica, data l’importanza strategica dell’unico porto e scalo merci nel continente. All&#8217;indomani delle votazioni, il ministro degli esteri spagnolo <strong>García-Margallo</strong> (nipote di due generali che guidarono l’invasione del Marocco e l’anessione di alcuni territori marocchini alla Spagna) mette in discussione il territorio di Gibilterra in quanto “questione spagnola”, che l’Inghilterra deve ora affrontare con le autorità spagnole. La proposta è chiara: per il ministro, Gibilterra deve ritornare alla Spagna nel giro di qualche anno, passando per un periodo di transizione con doppia bandiera.</p>
<p style="text-align: justify;">Quanto annunciato ha messo i brividi alla popolazione locale. Il governatore ha prontamente dichiarato l&#8217;assurdità delle pretese<strong>,</strong> in quanto la penisola a sud de <strong>La línea de la concepción</strong> è territorio inglese, come lo è la sua popolazione.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Perché il Regno Unito è stato l&#8217;unico a rifiutare l&#8217;euro?</h3>
<p>Un giorno dopo le votazioni, <strong>la sterlina </strong>crolla nel cinismo generale degli altri stati e cittadini europei. Il Regno Unito è stato l’unico Paese a rifiutare l’euro. Perché? Ci sono varie ragioni che possiamo individuare.</p>
<p>1. Il<strong> valore dell’euro fu deciso basandosi sul valore del marco tedesco</strong>. 1 marco vale 1 euro. Il valore nettamente superiore della sterlina ha dissuaso gli inglesi dall&#8217;adottare una moneta di valore inferiore.</p>
<p style="text-align: justify;">2. <strong>L’economia inglese è quasi sempre stata indipendente da quella europea</strong>, in quanto la rete del Commonwealth e le “ex colonie” sono state nei secoli piú che sufficienti a far sviluppare la potenza economica britannica e il valore della sterlina stessa.</p>
<p style="text-align: justify;">3.<strong> Il prezzo dell’oro è vincolato alla sterlina</strong>. Sui mercati internazionali l’oro è acquistabile solo con sterline; pertanto chi vuol comprare oro, deve prima comprare sterline. Il valore della valuta aumenta passivamente, e nella misura con cui il prezzo dell’oro aumenta (ed aumenta sempre).</p>
<p style="text-align: justify;">La svalutazione della sterlina ci appare come un’ennesima <strong>speculazione dell’economia virtuale</strong>, una sorta di “sfiducia”, una frustata assestata dalla mano invisibile del mercato finanziario ad una nazione che sta ripensando sé stessa (o a sé stessa), <strong>legittimata dal voto popolare</strong> e dalla sovranità nazionale. Accanto a questo, le dichiarazioni dei leader europei lasciano ancora più perplessi del Brexit in sé: se da una parte i firmatari del Brexit hanno pensato ad un perido di transizione di un paio d’anni, il resto dei governi europei preme per un rapido e indolore distacco, guardando con diffidenza e una celata ostilità una parte di quella famiglia europea che tanto hanno celebrato. Nelle dichiarazioni di <strong>Renzi </strong>sul Brexit, il Primo Ministro afferma: “<em>Le Istituzioni europee sono nella convinzione di garantire con qualsiasi mezzo la stabilità del sistema finanziario e la sicurezza dei risparmiatori</em>”.</p>
<h3 style="text-align: justify;">Che fine fa il trattato di Shenghen?</h3>
<p style="text-align: justify;">Il clima politico internazionale si raffredda, a poco tempo dalle decisioni sul TTIP e tra le pressioni delle due super potenze mondiali. Per i cittadini comunitari quindi valgono le regole precedenti al trattato di Shenghen: sarà meno facile partire all&#8217;avventura verso Londra e Birmingham aspettandosi di trovare lavoro sul posto. Per chi è giá in Inghilterra da qualche anno il problema dovrebbe però essere di minor entità, in quanto il Regno Unito riconosce il permesso di residenza o addirittura la cittadinanza dopo <strong>5 anni di contributi</strong>. Resterà spinosa la questione della grande quantità di <strong>immobili </strong>comprati da risparmiatori inglesi su tutta la costa spagnola ed italiana, sull’accessibilitá e sui tempi di permanenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Sia l’Europa che l’Inghilterra accettano il risultato del referendum; resta ancora da capire perché il risultato del voto referendario sul <strong>Grexit</strong> non abbia goduto di tanta popolarità e legittimità.</p>
<p><strong>René Verneau</strong></p>
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