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	<title>istituzione Archivi - Sociologicamente</title>
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	<description>Fatti sociali, Sociologia, Informazione</description>
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		<title>Maltrattamenti a scuola: riflessioni sul ruolo dell&#8217;insegnante</title>
		<link>https://sociologicamente.it/maltrattamenti-a-scuola-riflessioni-sul-ruolo-dellinsegnante/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Filomena Oronzo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Mar 2018 11:37:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
		<category><![CDATA[istituzione]]></category>
		<category><![CDATA[Talcott Parsons]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando si scrive un &#8220;pezzo&#8221; &#8211; come si suol dire in gergo giornalistico &#8211; bisogna essere oggettivi e non lasciar trasparire quelle che sono le proprie sensazioni, le proprie convinzioni per non rischiare di confondere l&#8217;oggettività con la soggettività. Si rischierebbe di essere poco professionali e di storpiare delle notizie, ma sono del parere che [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Quando si scrive un &#8220;pezzo&#8221; &#8211; come si suol dire in gergo giornalistico &#8211; bisogna essere <strong>oggettivi</strong> e non lasciar trasparire quelle che sono le proprie sensazioni, le proprie convinzioni per non rischiare di confondere l&#8217;oggettività con la soggettività. Si rischierebbe di essere poco professionali e di storpiare delle notizie, ma sono del parere che in alcuni casi oggettività e soggettività possano essere interpretate in egual modo senza far prevalere l&#8217;una o l&#8217;altra visione. </p>



<p>Dietro ogni mestiere ci sono uomini e donne e si sa, ognuno di questi prova delle <strong>emozioni</strong> che possono essere sia positive sia negative, alcune possono portare a sensazioni di gioia, altre a sensazioni di rabbia. Mente scrivo queste parole prevale più la seconda sensazione e non mi interessa di essere poco professionale, di non seguire un&#8217;etica precisa perché prima di scrivere da sociologa scrivo da mamma di due bambine e sono stufa, esausta, arrabbiata, incredula, disgustata di sentire al telegiornale l&#8217;ennesima notizia di <strong>maltrattamenti di bambini</strong> da parte di educatrici e insegnanti. Non è possibile che una mamma debba &#8220;stare in pensiero&#8221; nel lasciare i figli nelle mani di coloro che dovrebbero essere &#8220;insegnanti di vita&#8221; e invece proprio queste maltrattano i bambini in maniera assurda. </p>



<p>Cosa sta succedendo? Dov&#8217;è il problema che fa scaturire queste azioni? È un problema individuale legato alla <strong>singola persona</strong> o è un problema più generale che concerne tutto l&#8217;<strong>ambito scolastico</strong> e l&#8217;iter che porta un individuo a diventare educatore? Tralascio al momento la visione soggettiva per fare un&#8217;analisi, per quanto posso, oggettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Educare e formare</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-1.jpeg"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="400" height="267" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-1.jpeg" alt="" class="wp-image-5284" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-1.jpeg 400w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image2-1-300x200.jpeg 300w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></figure>
</div>


<p>Con il termine &#8220;scuola&#8221; ci si riferisce ad una molteplicità di cose che concernono quest&#8217;ambito: edifici, classi, docenti e attività didattiche. Se invece parliamo di &#8220;<strong>istituzione scolastica</strong>&#8221; vediamo che si dà un&#8217;accezione diversa a quel termine perché è stata aggiunta la parola &#8220;istituzione&#8221;. Parola importante che quasi è come se desse personalità alla scuola in se e quindi possiamo affermare che un&#8217;istituzione scolastica è volta ad <strong>educare</strong> e <strong>formare</strong> quelli che saranno uomini e donne del futuro. </p>



<p>Ogni istituzione scolastica che si rispetti ha dei programmi formativi, o meglio definiti, <strong>offerte formative</strong> per l&#8217;anno scolastico che si accinge ad iniziare e questo serve per orientare gli insegnanti sulle cose da fare, seguendo un ordine logico e anche cronologico per gli argomenti da proporre. La scuola nasce con l&#8217;avvento dell&#8217;<strong>Illuminismo</strong> ma si inizia ad affermare nell&#8217;Ottocento, soprattutto in Europa dove vi erano correnti di pensiero favorevoli e non alla politica della diffusione dell&#8217;istruzione. Nel corso del tempo ovviamente sono cambiate le cose e la scuola come istituzione ha subito dei cambiamenti: rigida e &#8220;chiusa&#8221; un tempo, flessibile e &#8220;aperta&#8221; oggi.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un sistema struttural-funzionale</h2>



<p>Ci sono molte teorie ideologiche che &#8220;pensano&#8221; la scuola in vari modi e, oltretutto, studi di sociologi come <a href="http://sociologicamente.it/talcott-parsons-limportanza-della-famiglia/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline;"><strong><span style="color: #ff9900; text-decoration: underline;">Talcott Parsons</span></strong></span></a><span style="text-decoration: underline;"><strong><span style="color: #ff9900; text-decoration: underline;"> </span></strong></span>possono essere applicati a quest&#8217;ambito poiché la scuola può essere considerata largamente come un &#8220;sistema struttural-funzionale&#8221;. Individuare le strutture di fondo della società e capire come le sue parti si innescano per formarla: questo l&#8217;approccio funzionale di Parsons. Quando utilizza il concetto di <strong>sistema </strong>si riferisce a un &#8220;<em>insieme interrelato di parti che è capace di autoregolazione è in cui ogni parte svolge una funzione necessaria alla riproduzione dell&#8217;intero sistema</em>&#8220;. </p>



<p>Ogni sistema deve inoltre essere in grado di assolvere a quattro funzioni fondamentali che lui riassume nello <strong>schema AGIL</strong>: adattamento all&#8217;ambiente, definizione dei propri obiettivi, integrazione delle parti competenti, conservazione della propria organizzazione. La scuola, come istituzione, può essere studiata attraverso queste quattro funzioni perché se facciamo bene attenzione, assolve (o dovrebbe) tutte e quattro le parti di questo schema: in ogni territorio ci sono delle scuole che, pubbliche o private che esse siano, sono tenute in piedi in primis da un <strong>sistema economico</strong> che, per alcuni versi, rispecchia l&#8217;<strong>ambiente</strong> in cui esse sono inserite; vi è una &#8220;politica&#8221; generale che detta gli <strong>obiettivi</strong> da perseguire in ambito alla formazione (Ministero dell&#8217;Istruzione) e una politica interna che ha come conseguenza i piani formativi attivati dalle varie scuole in base ad ordine, grado e indirizzo; integrazione delle parti competenti può significare il <strong>lavoro</strong> di tutti gli individui che fanno andare avanti la scuola: preside, insegnanti, assistenti amministrativi, ausiliari. Ovviamente una struttura così composta, se funziona bene, porta al <strong>perseguimento dei risultati attesi</strong>.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Il ruolo degli insegnanti</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3.png"><img decoding="async" width="601" height="389" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3.png" alt="" class="wp-image-5283" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3.png 601w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/image3-300x194.png 300w" sizes="(max-width: 601px) 100vw, 601px" /></a></figure>
</div>


<p>Un ruolo molto importante è quello ricoperto dagli <strong>insegnanti</strong> che dovrebbero essere un punto di riferimento per i bambini e ragazzi che vanno a scuola ma anche per i genitori che gli affidano i figli. L&#8217;insegnante ti aiuta nel <strong>processo di crescita</strong> non solo a livello culturale ma anche e soprattutto personale ed emotivo. </p>



<p>Non facciamo ovviamente di tutta l&#8217;erba un fascio ma è ormai all&#8217;ordine del giorno assistere ad atti di inspiegabile <strong>violenza</strong> che si celano dietro comportamenti apparentemente normali e a pagarne le conseguenze sono bambini che hanno magari solo la &#8220;colpa&#8221; di aver fatto un capriccio o di non voler mangiare in mensa. Si susseguono notizie che ci informano, a malincuore, di maestre che picchiano i bambini, che li rinchiudono nei ripostigli, gli gettano cibo addosso o addirittura li mettono con la testa nel piatto se non vogliono mangiare, li sgridano alzando forte il tono della voce. Dov&#8217;è l&#8217;<strong>educazione</strong>? Dove sono finiti gli <strong>ideali pedagogici</strong>? Perché una maestra arriva a fare dei gesti così atroci? Possiamo identificare delle cause generali o si tratta di episodi legati al singolo individuo? Pur trovando delle ipotetiche cause, non sono affatto giustificabili comportamenti del genere.</p>



<h2 class="wp-block-heading">Un&#8217;analisi dal basso</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignright"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting.jpg"><img decoding="async" width="849" height="565" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting.jpg" alt="" class="wp-image-5287" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting.jpg 849w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting-768x511.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting-696x463.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/teacher-kids-painting-631x420.jpg 631w" sizes="(max-width: 849px) 100vw, 849px" /></a></figure>
</div>


<p>Lavorare con i bambini non è un lavoro facile, non è un lavoro per tutti. Non è facile perché in primis prima che il bambino dia la sua <strong>totale fiducia</strong> deve essere l&#8217;insegnante a guadagnarsela, a fargli capire che quando è con lui è al sicuro, che può giocare, leggere un libro, scrivere o solo stare a guardare che lui sarà li per aiutarlo. Non è per tutti perché non tutti hanno la passione e passatemi il termine, la <strong>pazienza</strong>, di stare con i bambini. Si, perché ci vuole pazienza ma non intesa nell&#8217;accezione negativa come pesantezza. Ci vuole pazienza per star dietro ai sogni dei bambini, per star dietro all&#8217;energia di un bambino, a quella voglia di correre, saltare e fare tante cose in un solo momento. </p>



<p>Chi non ha questa pazienza o chi dopo tanti anni la perde, non può stare più con i bambini. Non si tratta di oggetti, non si tratta di cose superficiali. Si tratta di bambini. E perché una maestra deve permettersi di alzare le mani addosso ad un bimbo? Dove ha appreso questo comportamento? Credo in nessun manuale. Ammesso e concesso che non ci sono giustificazioni, sono arrivata a conclusione che i motivi per i quali le maestre fanno queste oscenità sono due: la troppa <strong>frustrazione per la precarietà</strong> in cui versano le maestre (situazione generale) e l&#8217;<strong>insoddisfazione personale della vita</strong> (situazione individuale).</p>



<h2 class="wp-block-heading">Frustrazione e insoddisfazione</h2>


<div class="wp-block-image">
<figure class="alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630.jpg"><img decoding="async" width="612" height="422" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630.jpg" alt="" class="wp-image-5282" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630.jpg 612w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630-300x207.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630-100x70.jpg 100w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630-218x150.jpg 218w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/03/545815630-609x420.jpg 609w" sizes="(max-width: 612px) 100vw, 612px" /></a></figure>
</div>


<p><strong>L&#8217;iter per diventare insegnanti è molto lungo </strong>e considerando i vari cambiamenti che ci sono ogni anno a livello pensionistico, di abilitazione e quant&#8217;altro, un&#8217;insegnante smette di essere precaria anche alle volte dopo molti anni che già ha esercitato la sua professione. </p>



<p>Questa potrebbe essere una spiegazione al perché di tanta ostilità: la non sicurezza di entrare in ruolo, i continui spostamenti, le continue richieste di abilitazioni sempre più difficili da prendere, insomma la precarietà che porta le insegnanti a perdere quella fiducia che avevano nel sistema e quindi ad essere perennemente in ansia rispetto al domani. Per quanto concerne la sfera individuale, può essere anche che a commettere questi gesti siano quelle insegnanti che non sono madri e, avendo già un&#8217;età, non possono più esserlo e quindi si scagliano contro i bambini alla prima sciocchezza. Questo mio pensiero è discutibile, non può essere condiviso, ma sono del parere anche che chiunque debba intraprendere questo lavoro, periodicamente debba essere sottoposto a visite psichiatriche per capire se una persona è in grado di poter fare la maestra o di esserlo ancora. <strong>Nessuno può toccare i bambini, nessuno può permettersi di mettere le mani addosso a figli che non sono i propri, </strong>soprattutto se a farlo sono coloro che devono insegnargli gli stessi valori che può insegnare una famiglia.</p>



<p><strong>Filomena Oronzo</strong></p>
<div class="saboxplugin-wrap" itemtype="http://schema.org/Person" itemscope itemprop="author"><div class="saboxplugin-tab"><div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/11/Progetto-senza-titolo-3.jpg" width="100"  height="100" alt="Filomena Oronzo" itemprop="image"></div><div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://sociologicamente.it/author/filomenaoronzo/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Filomena Oronzo</span></a></div><div class="saboxplugin-desc"><div itemprop="description"><p>Laureata in Sociologia con specializzazione in Politiche Sociali e del Territorio, ho conseguito un master in E-Government e E-Management nella Pubblica Amministrazione, adoro leggere e scrivere. Per me fare sociologia è vivere il quotidiano in tutte le sue sfaccettature e peculiarità. Oggi sono Collaboratore Amministrativo all&#8217;I.R.C.C.S Burlo Garofolo di Trieste e soprattutto moglie e mamma, la più grande ricchezza in assoluto.</p>
</div></div><div class="clearfix"></div></div></div><p>L'articolo <a href="https://sociologicamente.it/maltrattamenti-a-scuola-riflessioni-sul-ruolo-dellinsegnante/">Maltrattamenti a scuola: riflessioni sul ruolo dell&#8217;insegnante</a> sembra essere il primo su <a href="https://sociologicamente.it">Sociologicamente</a>.</p>
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			</item>
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		<title>Il ruolo della follia all&#8217;interno della società</title>
		<link>https://sociologicamente.it/il-ruolo-della-follia-allinterno-della-societa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Giulia Marra]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 24 Feb 2018 11:06:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[All]]></category>
		<category><![CDATA[Ambiente e Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Erving Goffman]]></category>
		<category><![CDATA[esclusione sociale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Portare alla visibilità pubblica la contraddizione della follia ed istituirla come un campo di tensioni legittimo (quindi regolamentato) all&#8217;interno di una società, è ciò che ha comportato la deistituzionalizzazione, ovvero il processo grazie al quale, con l’introduzione della legge del 13 maggio 1978 n°180 in tema di «Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori», vennero [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Portare alla visibilità pubblica la contraddizione della <strong>follia</strong> ed istituirla come un campo di tensioni legittimo (quindi regolamentato) all&#8217;interno di una società, è ciò che ha comportato la <strong>deistituzionalizzazione</strong>, ovvero il processo grazie al quale, con l’introduzione della legge del 13 maggio 1978 n°180 in tema di «<em>Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori</em>», vennero aboliti gli <strong>ospedali psichiatrici</strong> e istituiti gli attuali servizi di igiene mentale. In questione vi è la possibilità di affrontare e saper curare la sofferenza mentale, senza dispositivi di separazione e contenimento, quindi l’opportunità, per il diretto interessato (il cosiddetto “malato”), per il suo ambiente sociale e per la società nel suo insieme, di vivere la propria esperienza senza doverla nascondere.</p>
<h2>Le istituzioni della violenza</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-5126" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529.jpg" alt="" width="407" height="268" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529.jpg 900w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529-300x198.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529-768x506.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529-696x459.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529-741x486.jpg 741w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/571707-10-1444982438529-637x420.jpg 637w" sizes="(max-width: 407px) 100vw, 407px" /></a>Nel libro manifesto “<em>L’istituzione negata</em>”, pubblicato 1968, <strong>Franco Basaglia</strong>, psichiatra e neurologo italiano, formula il concetto di “<a href="http://sociologicamente.it/michel-foucault-sapere-e-potere/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff9900; text-decoration: underline;"><strong>istituzioni della violenza</strong></span></span></a>” così soprannominate perché &#8220;<em>violenza ed esclusione sono giustificate (ed escogitate) da chi ha il coltello dalla parte del manico, nei confronti di chi è irrimediabilmente succube. Famiglia, scuola, fabbrica, università ed ospedale, sono istituzioni basate sulla divisione del lavoro. Ciò significa che quello che caratterizza le istituzioni è la netta divisione fra chi ha il potere e chi non ne ha. Dal che si può ancora dedurre che la suddivisione dei ruoli è il rapporto di sopraffazione e di violenza fra potere e non potere, che si tramuta nell’esclusione, da parte del potere, del potere: la violenza e l’esclusione sono alla base di ogni rapporto che si instauri nella nostra società. […] I gradi in cui questa violenza viene gestita, sono, tuttavia, diversi a seconda del bisogno di chi detiene il potere di velarla e mascherarla. Di qui nascono le diverse istituzioni che vanno da quella familiare, scolastica, a quelle carcerarie e manicomiali; la violenza e l’esclusione vengono a giustificarsi sul piano della necessità, come conseguenza le prime della educativa, le altre delle “colpa” e della “malattia</em>&#8220;.</p>
<h2>Cos&#8217;è la follia?</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03.jpg"><img decoding="async" class="wp-image-5127 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03.jpg" alt="" width="400" height="266" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03.jpg 990w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/ospedali-psichiatrici-manicomi-abbandonati-italia-fotografia-thomas-windisch-03-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a>L’internato, anziché apparire come un malato, risulta il bersaglio di una violenza istituzionale: il livello di degradazione, oggettivazione, annientamento totale in cui versa, è il prodotto dell’azione distruttiva di un ambiente la cui finalità è la <strong>tutela dei sani</strong> nei confronti della follia e non viceversa. Per non accettare e alimentare tale circuito, è stato prima di tutto necessario rendersi conto che la <strong>psichiatria</strong> non è neutrale e che, esattamente come qualsiasi altro costrutto sociale, ha delle implicazioni importanti. Si potrebbe considerare il primo passo del processo di deistituzionalizzazione, la riformulazione del concetto stesso di “follia”. Secondo Basaglia, essa &#8220;<em>è una <a href="http://sociologicamente.it/conditio-umana-rischio-catastrofe/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline;"><span style="color: #ff9900;"><strong>condizione umana</strong></span></span></a>. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società riconosce la follia come parte della ragione e la riduce alla ragione nel momento in cui esiste una scienza che si incarica di eliminarla. Il <strong>manicomio</strong> ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l’irrazionale. Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato. Il problema è come sciogliere questo nodo. Superare la follia istituzionale e riconoscere la follia là dove essa ha origine, come dire, nella vita</em>&#8220;.</p>
<h2>Alla scoperta di una nuova identità</h2>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k.jpg"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-5128" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k.jpg" alt="" width="410" height="273" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k.jpg 804w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k-300x200.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k-768x512.jpg 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k-696x464.jpg 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/02/hospital_corridor_3418421k-630x420.jpg 630w" sizes="(max-width: 410px) 100vw, 410px" /></a>Nel 1971, Basaglia assunse la direzione dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale di Trieste ed abolì qualsiasi trattamento prevedesse l’uso di pratiche lesive allo scopo di influenzare in “positivo” il comportamento del soggetto. In particolare, l’utilizzo della<strong> camicia di forza</strong>, della <strong>lobotomia</strong> (è un intervento di microchirurgia, consiste nel recidere le connessioni della corteccia prefrontale dell’encefalo) e della<strong> malarioterapia</strong> (è un trattamento terapeutico, consiste nel provocare febbre molto alta da infezione). Di particolare ispirazione furono le correnti di pensiero che si diffusero negli Stati Uniti a opera di sociologi come <a href="http://sociologicamente.it/erving-goffman-e-il-ruolo-delle-istituzioni-totali/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><span style="text-decoration: underline; color: #ff9900;"><strong>Erving Goffman</strong></span></a> e <strong>Thomas Szasz</strong> e, in Gran Bretagna, di psichiatri come Ronald David Laing e David Cooper. Nel 1972 a Triste, nacque &#8220;CLU: Cooperativa Sociale dei Lavoratori Uniti&#8221;, la prima in Europa. Il lavoro, all&#8217;interno della cooperativa, divenne parte integrante del processo riabilitativo poiché permise di scandire, definire e attraversare tempi e luoghi: ciò non sarebbe stato possibile all&#8217;interno delle camerate dell’istituto. Ad ostacolare il percorso riabilitativo non era la malattia in sé, o la disabilità, ma molto contribuiva lo stato giuridico e amministrativo del soggetto: un “ricoverato” non aveva il diritto (morale e giuridico) di essere considerato un membro della collettività. Per quanto apparente, ingannevole ed illusoria, i degenti acquisirono pian piano un’<strong>identità propria</strong>, quella del lavoratore. In quel momento si svelava perciò l’inganno dell’istituzione totale: la sofferenza, la violenza subita, il dolore, era diventato qualcos&#8217;altro all&#8217;interno della diagnosi, della malattia, del manicomio, sottraendo alle persone ogni cosa: diritti ed identità, sentimenti ed affetti, nome e cognome; la firma di un contratto rimetteva tutto in gioco: gli internati, finalmente persone, si riappropriavano della possibilità di scommettere sulla propria vita.</p>
<p><strong>Giulia Marra</strong></p>
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<div class="saboxplugin-gravatar"><img decoding="async" src="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2018/11/Giulia-Marra-Foto.jpg" width="100"  height="100" alt="Giulia Marra" itemprop="image"></div>
<div class="saboxplugin-authorname"><a href="https://sociologicamente.it/author/giuliamarra/" class="vcard author" rel="author"><span class="fn">Giulia Marra</span></a></div>
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<div class=""><span class="_5yl5">Laureata in Sociologia presso l’Università degli Studi Milano-Bicocca, prediligo tutti i temi che riguardano la fenomenologia.</span></div>
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		<title>Mondo del lavoro: è ancora maschi contro femmine?</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2017 10:46:55 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’attuale società occidentale esiste una netta distinzione tra il lavoro retribuito e il lavoro domestico e familiare (solitamente non retribuito), di cui fanno parte quelle attività come pulire, lavare, cucinare, curare i figli, educarli quando sono svolte da genitori o altre figure familiari su base affettiva e gratuita. Nel moderno sistema economico, uomini e donne [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Nell’attuale società occidentale esiste una netta distinzione tra il <strong>lavoro retribuito</strong> e il <strong>lavoro domestico e familiare</strong> (solitamente non retribuito), di cui fanno parte quelle attività come pulire, lavare, cucinare, curare i figli, educarli quando sono svolte da genitori o altre figure familiari su base affettiva e gratuita. Nel moderno sistema economico, uomini e donne non occupano le stesse posizioni all’interno del lavoro retribuito. A partire dagli anni Settanta e almeno per i successivi trent’anni, una serie di studi specifici sulla vita delle aziende &#8211; in quanto istituzioni riproduttrici delle differenze di genere &#8211; ha permesso di stabilire che il mercato del lavoro è una struttura cruciale delle <strong>disuguaglianze tra uomini e donne</strong>. Una delle migliori ricerche in questo settore fu quella condotta da Miriam Glucksmann in <em>Women on the Line</em> (1982), in cui viene ricostruita la vita di fabbrica in cui vige una rigida divisione di genere.</p>
<h3>C’è ancora discriminazione?</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/19966-478x276.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-2241 alignright" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/19966-478x276-300x173.jpg" alt="" width="281" height="162" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/19966-478x276-300x173.jpg 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/19966-478x276.jpg 478w" sizes="(max-width: 281px) 100vw, 281px" /></a>Solitamente le donne svolgono solamente lavori di routine mal pagati, mentre gli uomini percepiscono un salario più alto. Eliminate le disuguaglianze su un piano formale, esiste tutt’ora un dibattito su quegli ostacoli invisibili che impediscono alle donne di raggiungere le posizioni di maggiore prestigio nelle aziende. Da un’inchiesta condotta nel 1995 negli Stati Uniti, risultava che i principali dirigenti delle maggiori aziende americane fossero nel <strong>97%</strong> dei casi <strong>bianchi</strong> e tra il <strong>95-97%</strong> dei casi <strong>uomini</strong>. Di tutte le aziende prese in esame nell’inchiesta, solo due avevano delle donne come amministratori delegati. Tali dati sono sinonimo di una situazione nella quale diverse barriere impediscono l’accesso delle donne a posizioni professionali apicali. Tali barriere derivano soprattutto dalle varie forme di discriminazione, messe in atto dagli uomini che sono al potere.</p>
<h3>Il potere nella famiglia</h3>
<p align="justify">Oltre vent’anni fa <strong>Thompson e Walker</strong> (1989) evidenziarono che in qualsiasi modo venga rilevata la divisione domestica del lavoro, risulta sempre squilibrata a svantaggio delle donne. La maggior parte dei ricercatori hanno spiegato questo fenomeno in relazione al <strong>potere</strong> che la donna riveste nell’ambito familiare; meno potere hanno le mogli all’interno del matrimonio, ed è più probabile che i loro mariti si occupino poco di attività domestiche, familiari e di cura. In secondo luogo, si è osservata una scarsa connessione fra il numero di ore che le donne dedicano al lavoro retribuito e la quantità di lavoro familiare svolto dai mariti. Inoltre, quasi tutti gli studi rivelano che entrambi i coniugi riconoscono una situazione di ineguaglianza, ma che non la ritengono ingiusta. Contrariamente a quanto si crede, invece di sentirsi penalizzate da questa situazione, le mogli sembrano essere soddisfatte o rassegnate.</p>
<h3>L’economia della gratitudine</h3>
<p align="justify"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti.png"><img decoding="async" class="alignleft wp-image-2240" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-300x110.png" alt="" width="322" height="118" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-300x110.png 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-768x282.png 768w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-1024x376.png 1024w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-696x256.png 696w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-1068x392.png 1068w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti-1143x420.png 1143w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2017/01/mamma_papa_stereotipi_sessisti.png 1600w" sizes="(max-width: 322px) 100vw, 322px" /></a>Ci sono diverse ipotesi che possono spiegare l’<strong>approccio tollerante </strong>delle donne. La prima indica come causa le differenze di genere nei bisogni e nei valori: le donne spesso condividono il principio che gli uomini possano impegnarsi meno nei compiti familiari e più in quelli retribuiti. L’altra spiegazione rileva come le donne siano <strong>scontente</strong> della discrepanza fra quello che ricevono da loro lavoro e i criteri di valutazione che usano; le donne ad esempio, si attribuiscono una retribuzione minore rispetto agli uomini, senza alcun motivo apparente. L’ultima ipotesi è quella della <strong>giustificazione</strong>, che vede le donne addirittura riconoscere l’inferiorità del proprio lavoro e delle relative retribuzioni. I criteri di confronto, infatti, sono essenziali per determinare quello che una persona pensa di meritare. Gli uomini e le donne hanno una diversa concezione del merito e una diversa concezione di ciò che hanno. È più probabile che donne e uomini confrontino il loro lavoro o la loro retribuzione con persone delle stesso sesso e non le une con gli altri. Facendo ciò, le disparità vengono a dissolversi. Inoltre norme profondamente radicate che vedono perpetuare la distinzione tra madre/casalinga e padre/capofamiglia possono produrre un forte senso di disagio quando ci si discosta troppo da esse. L’adesione alle norme tradizionali fa emergere quella che Hochschild e Machung definiscono l’“<strong>economia della gratitudine</strong>”. La maggior parte delle mogli prova gratitudine nei confronti dei mariti per qualsiasi aiuto nelle faccende domestiche o nella cura dei figli, più di quanto i mariti non provano nei confronti delle partner. La giustificazione viene usata qui per legittimare la distribuzione iniqua del lavoro, poiché si finisce per giustificare i procedimenti che l’hanno prodotta.</p>
<h3>Lo Stato e il mondo del lavoro</h3>
<p align="justify">Secondo Ferree (1990) ciò che è davvero importante è il significato che assumono i <strong>redditi femminili</strong>: sebbene nel corso degli anni vi sia stata una forte crescita della forza lavoro femminile, la maggioranza delle lavoratrici guadagna solo una piccola frazione delle entrate del marito. Le donne che invece riescono ad avere redditi pari o superiori ai mariti, ricevono più aiuti e si sentono in diritto di chiedere maggiore assistenza. Negli anni Ottanta si era imposta l’ipotesi che lo Stato fosse un’<strong>istituzione patriarcale</strong>, uno strumento del potere maschile. Esistono varie ragioni per ipotizzarlo. Lo Stato al suo interno ha un regime di genere ben distinto dove vige un forte divisione nella sfera lavorativa: lo Stato è il centro delle relazioni di potere di genere e non si limita a regolare quelle già esistenti, ma contribuisce a creare altre relazioni nuove e a formare le identità di genere.</p>
<p align="justify">L’Organizzazione internazionale del lavoro, la Società delle Nazioni, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale e altre, che collegano tra loro stati territoriali senza tuttavia avere una loro base territoriale. Essendo organizzazioni intergovernative, dovrebbero condurre ufficialmente una politica equa e diplomatica; ma ciò non accade. Nella gran parte dei casi i loro regimi sono orientati in base al genere, producono effetti di genere come aumentare l’antagonismo già esistente tra donne e uomini.</p>
<p><strong>Elena Salvini</strong></p>
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		<title>Ernest Burgess: la nascita della sociologia urbana</title>
		<link>https://sociologicamente.it/ernest-burgess-la-nascita-della-sociologia-urbana/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Sociologicamente]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Oct 2016 09:20:05 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Ernest Watson Burgess nasce a Tilbury, in Canada, il 16 maggio 1886. Ventiquattresimo presidente dell’American Sociological Association (ASA), fu tra i maggiori rappresentanti della Scuola di Chicago. Prendendo spunto dai temi forniti dalla città, sviluppò la teoria ecologica, matrice della sociologia urbana contemporanea. Tra il 1920 e il 1930, spinto dal duplice interesse per la [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><strong>Ernest Watson Burgess</strong> nasce a Tilbury, in Canada, il 16 maggio 1886. Ventiquattresimo presidente dell’American Sociological Association (ASA), fu tra i maggiori rappresentanti della <strong>Scuola di Chicago</strong>. Prendendo spunto dai temi forniti dalla città, sviluppò la teoria ecologica, matrice della <strong>sociologia urbana contemporanea</strong>. Tra il 1920 e il 1930, spinto dal duplice interesse per la descrizione dei fenomeni sociali e per la caratterizzazione culturale di determinate aree della città di Chicago, mise a punto, insieme ad alcuni collaboratori, fra cui <strong>Robert Park</strong>, la cosiddetta <strong>teoria delle aree naturali</strong> (contrapposte alle aree amministrative). Ciò gli permise non solo di descrivere la struttura sociale della città in esame, ma di tentare una teorizzazione della conoscenza sulla distribuzione spaziale dei fenomeni sociali. Il sodalizio con Park fu estremamente produttivo, tanto che furono numerose le opere che i due scrissero insieme.</p>
<h3>La nascita della sociologia urbana</h3>
<p><figure id="attachment_1732" aria-describedby="caption-attachment-1732" style="width: 268px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/478px-Burgess_model.svg_.png"><img decoding="async" class=" wp-image-1732" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/478px-Burgess_model.svg_-300x119.png" alt="Il modello di Burgess della città in zone concentriche" width="268" height="106" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/478px-Burgess_model.svg_-300x119.png 300w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/478px-Burgess_model.svg_.png 478w" sizes="(max-width: 268px) 100vw, 268px" /></a><figcaption id="caption-attachment-1732" class="wp-caption-text">Il modello di Burgess della città in zone concentriche</figcaption></figure></p>
<p align="justify">L’opera forse più influente di Ernest Burgess è <em>La città</em> (The City – 1925), scritta in collaborazione proprio con Robert Park e <strong>Roderick Mckenzie</strong>, altra personalità di spicco della sociologia urbana della Scuola di Chicago. In questo saggio i tre autori operano un&#8217;analisi della vita sociale in una grande metropoli e analizzano le varie forme di interazione che si creano tra gli individui nella città. La città è vista non come un semplice ammasso di persone e di ordinamenti sociali, ma come un&#8217;<strong>istituzione</strong>. Inoltre, gli autori elaborarono un modello di struttura della città racchiuso in zone concentriche, comprendente il distretto centrale riservato agli affari, la zona transizionale (industriale), la zona abitativa dei lavoratori, la zona residenziale, la zona suburbana. Ne scaturì la struttura tipica della città legata alla prima rivoluzione industriale, ormai matura e prossima alla transizione verso la fase neotecnica. Il <strong>centro</strong> ospitava, così, le attività commerciali e terziarie in genere; seguiva una <strong>corona industriale</strong>, peraltro in via di delocalizzazione; poi la <strong>zona residenziale operaia</strong>, con edifici multipiani, e quella destinata alle <strong>classi socialmente più elevate</strong>, con abitazioni unifamiliari; infine, all&#8217;esterno, il bacino dei <strong>lavoratori pendolari</strong>, che rappresentava il passaggio dalla città alla campagna.</p>
<h3>Le opere di Ernest Burgess</h3>
<p><figure id="attachment_1733" aria-describedby="caption-attachment-1733" style="width: 199px" class="wp-caption alignright"><a href="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/9780226646046-us-300.jpg"><img decoding="async" class=" wp-image-1733" src="http://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/9780226646046-us-300-195x300.jpg" alt="Introduzione alla scienza della sociologia, edizione originale" width="199" height="306" srcset="https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/9780226646046-us-300-195x300.jpg 195w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/9780226646046-us-300-273x420.jpg 273w, https://sociologicamente.it/wp-content/uploads/2016/09/9780226646046-us-300.jpg 300w" sizes="(max-width: 199px) 100vw, 199px" /></a><figcaption id="caption-attachment-1733" class="wp-caption-text">Introduzione alla scienza della sociologia, edizione originale</figcaption></figure></p>
<p align="justify">Altra opera di riferimento di Ernest Burgess è senza dubbio <em>Introduzione alla scienza della sociologia </em>(Introduction to the Science of Sociology – 1921), scritta – come la successiva <em>La città</em> – in collaborazione con Robert Park. Questo è stato uno dei testi di sociologia più influenti mai scritti. Molte persone, all’epoca della sua uscita, si riferirono a questo testo come la &#8220;<strong>Bibbia della Sociologia</strong>&#8220;, poiché discuteva degli argomenti più disparati come la storia della sociologia, la natura umana, l&#8217;interazione sociale, la concorrenza, i conflitti, l’assimilazione. Era così ben organizzato e completo che la maggior parte degli studenti universitari dell’Università di Chicago erano tenuti a leggerlo. Burgess rivolse inoltre la sua attenzione anche alle istituzioni della famiglia e del matrimonio. Nel suo libro <em>Predire successo o fallimento nel matrimonio</em> (Predicting Success or Failure in Marriage – 1939), Burgess era interessato a sviluppare un sistema scientifico per prevedere <strong>il tasso di successo del matrimonio</strong>. Questo lavoro subì tuttavia delle feroci critiche poiché si tentò di misurare l’efficacia del matrimonio senza tenere presente la componente di amore o affetto. Forse perché Ernest Burgess non è mai stato sposato. Muore il 27 dicembre 1966, all’età di 80 anni.</p>
<p><strong>Sociologicamente.it</strong></p>
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